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La Croce di Cristo contro la croce uncinata

Storia24 Maggio 2019
Testo dell'audio

Nonostante la propaganda diffusa dalla storiografia ideologizzata di stampo massonico e marxista, la realtà storica è che la Chiesa cattolica fu l’unica vera nemica della Germania nazista e si oppose fortemente al genocidio del popolo ebraico, salvando moltissime vite. Furono invece le comunità protestanti ad appoggiare il neopaganesimo di Hitler e &Co.

Durante gli Anni Trenta, in Germania, la Chiesa cattolica ebbe nei confronti del regime hitleriano un atteggiamento di contrasto, radicalmente diverso da quello della comunità ecclesiale protestante, che invece appoggiò in larga parte il nazionalsocialismo.

La Germania di Hitler, infatti, una volta intrapresa la strada verso la realizzazione dell’“ordine popolare nazionalsocialista”, fu durissima nei confronti di coloro che si ponevano d’ostacolo, rifiutando di “farsi sincronizzare” (come si usare dire all’epoca), ovvero di adattarsi alle nuove norme.

I cristiani, sia cattolici che protestanti, erano di fronte alla medesima minaccia, ma non riuscirono a far fronte comune.

La comunità evangelica, che durante la Repubblica di Weimar si era spostata politicamente a destra, nel 1933 dette un appoggio fondamentale a Hitler; in precedenza alcuni pastori evangelici si erano spinti anche oltre: ritenendo che il Führer e il suo movimento offrissero una nuova possibilità al cristianesimo, nelle loro prediche mescolavano ideologia nazionalista e messaggio cristiano.

I “cristiani tedeschi”

La bandiera dei “cristiani tedeschi”.

Il loro movimento, detto dei “Cristiani Tedeschi” (Deutschen Christen), fu a sua volta fortemente appoggiato dai nazionalsocialisti, soprattutto nel corso della riorganizzazione della comunità ecclesiale evangelica del 1933, quando furono indette le elezioni per i comitati direttivi. Con tale sostegno i “Cristiani Tedeschi” prevalsero in quasi tutte le comunità nazionali evangeliche e da loro provenne il Reichsbischof, il “vescovo del Reich”, un incarico creato appositamente.

All’interno della comunità evangelica i “Cristiani Tedeschi” vennero ben presto criticati, soprattutto dopo le leggi razziali sulla discendenza ariana per il conferimento di incarichi all’interno della stessa comunità: nacque allora l’Associazione dei pastori in difficoltà (Pfarrernotbund) che riuniva i pastori che volevano un ordinamento secondo il Vangelo e non secondo le imposizioni politiche di un qualsiasi governo.

Dalla protesta contro i “Cristiani Tedeschi” nacque la “Chiesa professante”, la quale fece emergere nelle comunità nazionali dominate dai “Cristiani Tedeschi” alcuni organismi ecclesiastici direttivi, i cosiddetti Consigli di Fratellanza (Bruderräte) e definì, in una serie di sinodi, la propria posizione teologica: già nel primo di questi sinodi, celebrato nel maggio 1934, rifiutò la dottrina secondo cui lo Stato rappresentava il solo ordinamento di vita, entrando quindi in insanabile contrasto con il precetto cristiano di una vita determinata dal Vangelo.

Non si trattava di una vera e propria lotta politica: Karl Barth (1886-1968), l’elemento di maggior spicco della “Chiesa Professante”, non criticò l’ordinamento nazionalsocialista dello Stato e della società ed anche in seguito espresse l’opinione che la Chiesa evangelica non avrebbe dovuto assumere una posizione di aperto scontro verso il regime di Hitler. E scontro non ci fu, almeno all’inizio, dato che tra i due soggetti esistevano meno elementi conflittuali di quelli presenti tra il regime e la Chiesa cattolica.

Solo in un secondo tempo si arrivò ad una critica aperta ed alcuni pastori e laici importanti furono perseguitati ed imprigionati. Ma anche tra i fedeli alla “Chiesa Professante” la strada della resistenza politica al nazismo non fu imboccata da molti: tra i pochi coerenti fino alla fine va ricordato Dietrich Bonhoeffer (1906-1945), che fu condannato a morte per aver partecipato al complotto contro Hitler culminato con l’attentato del 20 luglio 1944.

Va ricordato che la comunità protestante era radicata in modo diverso nella società tedesca rispetto a quella cattolica: numericamente doppi rispetto ai cattolici, gli “evangelici” avevano permeato gran parte della cultura tedesca (Bach, Kant, Hegel, Schiller, Goethe), tanto che essa veniva considerata prevalentemente protestante.

Dal canto loro i cattolici, proprio perché minoritari, avevano iniziato a creare una vera e propria rete di istituzioni – soprattutto associazioni, scuole e stampa – che rendeva possibile una sorta di esistenza confessionale a parte: un esempio proviene dalla facilità con cui la gioventù “evangelica” entrò nella Gioventù Hitleriana (HitlerJugend) – facilità non riscontrata tra i giovani cattolici, che avevano già proprie associazioni scoutistiche.

La “sconfessionalizzazione” della vita pubblica

Fino alle elezioni del 1933 i cattolici avevano dato un forte sostegno al Partito del Centro (Zentrumspartei), considerato generalmente (ma non del tutto a ragione) come partito cattolico: in effetti era un partito costituzionale e quindi nemico naturale dei nazisti, i quali, prima del 1933, difficilmente trovarono seguaci fra i cattolici fedeli alla Chiesa (anzi, i vescovi tedeschi avevano minacciato sanzioni ecclesiastiche a chi avesse aderito allo NSDAP, il partito nazional-socialista del lavoro).

I principali motivi di attrito erano: la dottrina della razza, la subordinazione delle norme morali alla dottrina della razza, l’aspirazione ad una “Chiesa” nazionale, nonché il culto della violenza; tutte posizioni inconciliabili con quelle cattoliche. Eppure, appena salito al potere, Hitler si mostrò sorprendentemente benevolo nei confronti della Chiesa di Roma: di conseguenza, i vescovi – cadendo nel tranello – annullarono le sanzioni inflitte ai nazionalsocialisti ed il concordato con il Reich, negoziato di lì a breve, sembrò segnare l’inizio di una proficua intesa tra Chiesa e Stato.

Tale concordato assicurò alla Chiesa cattolica la posizione che, fino a quel momento, aveva acquisito tramite i concordati con i singoli Länder e la liberò dall’ondata della “sincronizzazione” alla quale nessuna istituzione sociale poteva sfuggire: esso però indebolì le numerose organizzazioni che rendevano nella società la presenza del Cattolicesimo molto più forte che quella del protestantesimo, e che mettevano in dubbio – con la solo loro presenza – il potere assoluto del nazismo nella società; inoltre allontanò la Chiesa dal Partito del Centro, indebolendo definitivamente.

Peraltro, il concordato venne considerato un ostacolo proprio dai nazionalsocialisti: infatti, alla prima occasione (data dalla legge sulla sterilizzazione preventiva) il partito nazionalsocialista si dichiarò non legato al concordato – che era stato stipulato dal governo – accusando la Chiesa di fare “cattolicesimo politico” ovvero di essere un’organizzazione succeduta allo scomparso Partito del Centro. L’attacco mirava a distruggere le associazioni cattoliche, soprattutto quelle della gioventù: nonostante una forte resistenza, alla fine i nazionalsocialisti la ebbero vinta, perché, dopo qualche anno, la Gestapo era riuscita a sciogliere e a proibire gran parte del mondo associativo, vincendo la battaglia per la “sconfessionalizzazione della vita pubblica” (pratica peraltro esistente tuttora nei regimi democratici).

Insomma, la Chiesa cattolica avrebbe potuto continuare ad esistere solo se si fosse limitata esclusivamente all’ambito ecclesiale, diventando così un’associazione puramente di preghiera che non si curava del mondo. Contro le misure repressive nazionalsocialiste, la Chiesa di Roma, rappresentata soprattutto dal suo Segretario di Stato, il cardinale Eugenio Pacelli, il futuro pontefice Pio XII, protestò, basandosi sul concordato, con un gran numero di note diplomatiche, ma che ovviamente caddero tutte nel vuoto.

La Chiesa cattolica in difesa degli ebrei

La Chiesa cattolica si vide sfidata non solo dagli attacchi alla sua posizione nella società, ma anche da quelli indiretti: protestare pubblicamente contro le ingiustizie razziali avrebbe potuto essere controproducente?

Quando il regime nazista (il 1° aprile 1933) organizzò il boicottaggio di tutti i negozi ebraici, i vescovi tedeschi optarono per un “basso profilo”, ritendendo che una protesta avrebbe inasprito gli animi e aumentato le ingiustizie. Come infatti accadde nel 1942 in Olanda, quando la dura protesta dei vescovi contro la deportazione degli ebrei scatenò la vendetta del regime di Hitler anche contro gli ebrei convertiti al Cattolicesimo, fino ad allora protetti (ne fecero le spese, per esempio, santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, e sua sorella Rose Stein, che furono internate nel campo di concentramento di Auschwitz, dove furono uccise nelle camere a gas il 9 agosto 1942).

D’altra parte era insopportabile per la Chiesa accettare l’ingiustizia e Papa Pio XI temeva che il silenzio dei vescovi avrebbe potuto comportare il rischio che i fedeli considerassero lecito tutto ciò che il regime faceva.

Paradossalmente, lo scoppio della guerra sembrò creare una tregua nella lotta politica: Hitler proibì tutte le misure non strettamente necessarie contro la Chiesa cattolica e i suoi vescovi, ricordarono ai fedeli di rimanere ligi ai loro obblighi verso la Patria. Ma fu una pace apparente e ben presto le presunte necessità della guerra dettero nuovi pretesti al regime per limitare la Chiesa: la cura pastorale fuori dalla Germania fu limitata e in patria furono confiscati e chiusi monasteri.

Il beato card. von Galen.

Ormai la concordia di facciata non reggeva più. Nel maggio del 1941 il vescovo di Münster, mons. Clemens von Galen, non si limitò a proteste scritte, inefficienti e per di più non conosciute pubblicamente, ma passò alla pubblica denunzia, attaccando con durezza dal pulpito la Gestapo e i suoi metodi: l’effetto immediato delle sue proteste fu che il regime divenne più cauto nelle confische e cessò di uccidere apertamente i malati di mente.

Il “leone di Münster”, così fu definito dai fedeli per il suo coraggio, agì non solo come vescovo cattolico, ma anche come patriota tedesco. Quando Göring lo accusò di violare il giuramento prestato di impedire qualsiasi danno al popolo tedesco, mons. von Galen rispose che la sua protesta non era altro che l’adempimento di questo obbligo: dichiarazione da cui emerge chiaramente come la Chiesa cattolica non avesse in mente soltanto la tutela degli interessi ecclesiastici, ma si sentisse obbligata a difendere i diritti di tutti.

Proprio questo andare oltre i limiti degli interessi confessionali particolari è forse una delle ragioni per cui le prediche di mons. von Galen divennero un evento pubblico inedito: il vescovo fece pervenire i testi delle sue prediche a tutti i confratelli vescovi e a tutti decani della sua diocesi. Essi furono fatti circolare in tutta la Germania e persino la RAF li fece lanciare, in forma di volantini, sulle città tedesche.

Il “leone di Münster” rischiò la vita, salvatagli solo dall’intervento di Goebbels, conscio che un’azione contro il presule avrebbe scatenato l’ira e la protesta della popolazione. Così, fu deciso di rimandare la “resa dei conti”.

Intanto, il vescovo divenne un esempio per tutto l’episcopato: altri prelati assunsero posizioni inequivocabili.

«Noi cristiani non facciamo la rivoluzione»

Non si trattava, però, di una chiamata alla ribellione: «Noi cristiani non facciamo la rivoluzione», aveva affermato mons. von Galen.

Perciò la Chiesa cattolica non divenne un’organizzazione di resistenza politica: essa cercò di sensibilizzare le coscienze, senza peraltro condannare chi aveva deciso di passare alla resistenza attiva. Alcuni vescovi erano informati sui lavori del Kreisauer Kreis che progettò la Germania del dopo nazismo, nonché l’attentato allo stesso Hitler.

D’altra parte spesso si notava un’intensificazione della posizione religiosa in coloro che passavano alla resistenza aperta. Bisogna menzionare, in questo contesto, la studentessa Sophie Scholl, membro del gruppo antinazista Rosa Bianca, arrestata e condannata a morte assieme al fratello per aver distribuito alcuni volantini contro il regime.

La scelta dei cattolici di avversare il nazionalsocialismo – anche a rischio della vita – aveva motivazioni più profonde di quelle politiche, poiché la forza per una tale decisione era radicata in una vita cristiana. Ciò viene confermato dalla stessa Gestapo, secondo cui la Chiesa cattolica era il nemico interno più ostinato che il regime avesse dovuto affrontare: un’affermazione che ogni storico intellettualmente onesto non può fare a meno di condividere.

Albert Einstein

Concludiamo con la testimonianza di un “insospettabile” rilasciata in tempi non sospetti. In un’intervista al Times, pubblicata il 23 dicembre del 1940, Albert Einstein (1879-1955) dichiarò:

«Essendo un amante della libertà, quando avvenne la rivoluzione nazista in Germania, guardai con fiducia alle università sapendo che queste si erano sempre vantate della loro devozione alla causa della verità. Ma le università vennero zittite, e non protestarono. Allora guardai ai grandi editori dei quotidiani che in ardenti editoriali proclamavano il loro amore per la libertà. Ma anche loro, come le università, vennero ridotti al silenzio, soffocati nell’arco di poche settimane, e non protestarono. Solo la Chiesa cattolica rimase ferma in piedi a sbarrare la strada alle campagne di Hitler per sopprimere la verità. Io non ho mai provato nessun interesse o stima particolare per la Chiesa cattolica prima, ma ora provo nei suoi confronti grande affetto e ammirazione, perché la Chiesa cattolica da sola ha avuto il coraggio e l’ostinazione per sostenere la verità intellettuale e la libertà morale. Devo confessare che ciò che io una volta disprezzavo, ora lodo incondizionatamente».

Questo testo di Gianandrea de Antonellis è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

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