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Katyn. Il massacro e la menzogna

Storia01 Novembre 2019
Testo dell'audio

Ecco come l’Armata Rossa di Stalin sterminò l’intero corpo ufficiali dell’esercito polacco – più di ventimila uomini –, addossando oltre tutto la responsabilità del crimine alla Wehrmacht di Hitler.

Nel 2007 il regista polacco Andrzej Wajda (1926-2016) realizzò un grande film, che intitolò Katyn, dal nome delle foreste nelle quali l’Armata Rossa di Stalin aveva sterminato quasi tutti gli ufficiali dell’esercito polacco – più di ventimila uomini – dopo avere occupato parte della Polonia con il pretesto di opporsi alla Wehrmacht di Hitler, che aveva invaso il Paese da occidente, dando inizio alla seconda guerra mondiale. Il film non ebbe il successo che meritava e, anzi, fu ritirato in fretta dalle sale cinematografiche. Era infatti assai sgradito alla Russia di Putin, ma anche ai custodi della storia americani e inglesi, i quali, pur essendo perfettamente al corrente di chi fossero i veri responsabili della carneficina, continuarono a far credere al mondo che il crimine fosse stato commesso dall’esercito di Hitler.

Fu così che l’“Europa dei 27” preferì emarginare quello che vari e qualificati critici avevano definito un autentico capolavoro. Non va dimenticato che il film di Andrzej Wajda fu candidato quell’anno all’Oscar come migliore opera cinematografica straniera. Poi non vinse, ma non certo perché non avesse le carte in regola dal punto di vista artistico, bensì perché ormai le mutate condizioni dei rapporti internazionali, la fine della “guerra fredda”, le moine tra Alleanza Atlantica e Russia consigliavano di mettere in frigo una rappresentazione, che, per la sua cruda riproduzione della realtà, faceva venire i brividi e scatenava, in chi la vedesse, un giudizio inequivocabile sui responsabili bolscevichi: belve, non uomini; belve come i nazionalsocialisti di Schindler’s List.

Ecco cosa realmente accadde

Siamo nel settembre del 1939. Il primo del mese, nonostante Francia e Gran Bretagna avessero finalmente deciso che si può, anzi si deve “morire per Danzica”, Hitler invase la Polonia. Scoppiò la seconda guerra mondiale. Ai confini orientali della Polonia nessuno immaginava che l’Unione Sovietica si apprestasse a vibrare la pugnalata alla schiena al popolo polacco. Infatti, a Mosca, prima dell’inizio delle ostilità, era stato firmato il patto Ribbentrop-Molotov tra nazisti e comunisti, che prevedeva la spartizione della Polonia. Il 17 settembre di quel tragico 1939 l’Armata Rossa sfondò i confini, invase Cracovia e le altre province orientali e fece prigionieri centinaia di migliaia di soldati, tra cui oltre 20 mila ufficiali, colti alla sprovvista e impossibilitati a resistere.

Mentre ad occidente i nazionalsocialisti deportavano nei campi di concentramento gli ebrei, Stalin decise di sterminare l’intero Corpo ufficiali polacco caduto nelle sue mani. In tal modo, la Polonia fu privata della futura classe dirigente, in quanto il grosso degli ufficiali non era di carriera, ma di leva. Tra essi, quindi, v’erano giovani uomini di cultura, laureati, avvocati, giornalisti, medici, insomma il meglio della popolazione giovanile. Tutti vennero deportati nella foresta di Katyn, nell’attuale Bielorussia, e qui uccisi ad uno ad uno con un colpo alla nuca tra il marzo e l’aprile del 1940.

Nessuno credette ai tedeschi

Il massacro per decenni fu “scaricato” sull’esercito del Terzo Reich, la Wehrmacht, che pure, dopo la rottura con Stalin e l’invasione della Russia il 21 giugno 1941, aveva scoperto le fosse, disseppellito le vittime e comunicato al mondo che autori del massacro erano stati i russi. Ma nessuno aveva creduto ai tedeschi, meno che mai gli americani e gli inglesi che, essendo alleati di Stalin, “coprivano” i suoi crimini. La verità è stata scoperta in via definitiva soltanto nel 1989, dopo la caduta del Muro e l’apertura degli archivi segreti voluta da Eltsin.

Con il film Katyn il grande regista polacco, mancato nel 2016, rinnovò il dolore di un intero popolo, narrando con stile secco e incalzante – inserendo anche immagini di documenti d’epoca – una tragedia storica, che ha segnato il suo Paese. Wajda, che nella strage aveva perso il padre ufficiale, rievocò da una parte la dignità e il coraggio di quegli uomini e dall’altra l’incrollabile speranza delle donne, che li aspettavano a casa.

Dopo la fine della guerra, quando la verità incominciò ad emergere, superstiti e parenti dovettero decidere se lanciare l’accusa ai russi, rischiando di pagare con la vita, o preferire il doloroso silenzio, per cercare di ricostruire dalle macerie un popolo. Questa seconda fu la scelta fatta, anche perché chi mostrava l’intenzione di parlare veniva assassinato dagli uomini dell’NKVD, poi KGB. E anche questo racconta Wajda, rendendo così omaggio ai ventimila militari polacchi, tra cui suo padre, che a testa alta andarono incontro ai loro carnefici, recitando il Padre Nostro.

Una morte misteriosa

Strettamente connessa con la tragedia di Katyn è anche la misteriosa morte di Wladyslaw Sikorski (1881-1943), capo del governo polacco in esilio a Londra. Sikorski era sgradito sia ai russi che agli inglesi. Innanzitutto perché non faceva mistero di voler tornare in Patria, a conflitto concluso vittoriosamente, e ristabilirvi la democrazia, mentre la Polonia era stata “assegnata” alla Russia, che intendeva farne uno Stato vassallo. In secondo luogo, perché, dopo la rivelazione del massacro di Katyn, aveva aderito senza esitazione alla proposta tedesca di dar vita ad una commissione internazionale d’inchiesta da affidarsi alla Croce Rossa, per accertare chi veramente avesse voluto e causato la morte delle migliaia di militari polacchi trucidati nelle foreste. Per Stalin, ciò significava mettere in dubbio la sua parola, per cui aveva immediatamente rotto le relazioni diplomatiche con il governo polacco in esilio.

Il 4 luglio 1943, al rientro da un viaggio d’ispezione all’Armata polacca in Persia, Sikorski compì una sosta a Gibilterra. Viaggiavano con lui sua figlia Sofia, alcuni ufficiali polacchi e il deputato inglese Victor Cazalet (1896-1943). Il premier polacco trascorse metà mattina e il pomeriggio in casa del generale Noel Mason-MacFarlane (1889 -1953), nel frattempo divenuto dirigente del MI5, il servizio segreto britannico, che, assieme alla moglie, cercò invano di convincere la giovane signora Sofia a restare loro ospite. L’aereo, un Liberator AL 523, decollò alle 23,10, ma non riuscì a prendere quota e, dopo pochi secondi di volo, precipitò in mare. Si salvò solo il pilota, il tenente cecoslovacco Eduard Prchal. Il velivolo finì sul fondo.

Dopo giorni di immersioni, i sub recuperarono i corpi di Sikorski, di Sofia, di Cazalet e del personale militare di bordo. Venne nominata una commissione d’inchiesta, presieduta da John Elton, che prese per buone le dichiarazioni di Prchal: «Le leve di comando si sono bloccate». Ma la radio di Berlino lanciò una clamorosa accusa: «Sikorski è stato assassinato dall’Intelligence Service perché troppo anticomunista e sgradito all’URSS». Dieci giorni dopo la tragedia, il 14 luglio, fu formato a Londra un nuovo governo polacco, affidato al premier Stanisław Mikolajczyk (1901-1966), che, a sua volta, assegnò il comando in capo delle Forze Armate al generale Kazimierz Sosnkowski (1885-1969).

Altro sangue versato

Per quanto riguarda l’”incidente” di Gibilterra, va detto che negli ambienti degli esuli polacchi serpeggiarono fin dall’inizio forti dubbi. Tutto fu messo a tacere con la fine della seconda guerra mondiale e la sottomissione della Polonia alla Russia sovietica. Ma, dopo la scomparsa del comunismo e la riconquista della libertà e dell’indipendenza da parte della Polonia, si fece sempre più insistente la richiesta di conoscere la verità. Così l’Istituto per la Memoria Nazionale Polacca chiese a lungo di far luce sulla morte del generale primo ministro e alla fine anche il presidente della Polonia, Lech Kaczynski (1949-2010), si schierò decisamente a fianco di chi intendesse riaprire quel capitolo di storia.

«La riesumazione dei resti del generale, ordinata dall’autorità giudiziaria – dichiarò Kaczynski – può essere un elemento base per un’inchiesta politico-criminale diretta a stabilire la verità: molti storici sostengono che, se Sikorski avesse continuato a guidare il governo in esilio, la sorte della Polonia dopo la guerra sarebbe stata diversa. Dobbiamo e vogliamo sapere come sia morto».

Non ebbe soddisfazione. Morì a sua volta in un terrificante incidente aereo, il 10 aprile 2010, allorché il Tupolev russo Tu-154 che lo aveva prelevato a Varsavia, con gran parte della dirigenza polacca, per portarlo a Smolensk, dov’era prevista la commemorazione delle vittime nell’anniversario del massacro di Katyn, precipitò al suolo poco prima dell’atterraggio. Con Kaczynski morirono la moglie Maria e altre 94 persone, compreso il pilota del velivolo.

Non si smetterà mai di dubitare – e di tremare di orrore – rileggendo le pagine principali della storia della Polonia, assoggettata all’Unione Sovietica.

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Questo testo di Luciano Garibaldi è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

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