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Il Trattato di Versailles. Cronaca di un fallimento annunciato

Storia15 Novembre 2019
Testo dell'audio

Alle ore 15.50 del 28 giugno 1919 nella Sala degli Specchi, a Versailles, tra gli spari a salve dei cannoni, le note dell’orchestra e la folla festante nei giardini del Palazzo, fu siglato il Trattato, che pose fine alla guerra fra le potenze dell’Intesa e la Germania. Almeno nell’immediato. In realtà, quella firma fu il frutto di un compromesso non riuscito, di una contraddizione insanabile, le cui conseguenze amare sarebbero maturate solo negli anni a venire.

Francesco Saverio Nitti, primo ministro italiano dal 23 giugno 1919 al 15 giugno 1920, vale a dire proprio nella fase conclusiva dei trattati con Germania ed Austria, scrisse a proposito di Versailles: «È stato non solo il più ingiusto e il più immorale trattato dei nostri tempi, ma una vera onta delle democrazie e in certa guisa la prova che lo spirito di rapina non era nei governi democratici assai minore che nei più disonesti governi tirannici». Ma come si giunse sino a questo punto?

Umanitarismo e revanscismo

Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire con quale animo i rappresentanti delle singole nazioni partecipassero al tavolo delle trattative, tra incomprensioni e tensioni. Secondo l’utopistica e idealistica prospettiva del presidente americano Wilson, non ci sarebbero dovuti essere provvedimenti punitivi, poiché, a suo giudizio, l’obiettivo della guerra avrebbe dovuto essere soltanto quello di rendere sicuro e vivibile il mondo «per ogni Nazione amante della pace», come affermato nel preambolo ai 14 punti dell’8 gennaio 1918.

La Francia, al contrario, si riprometteva di punire la Germania, di farle pagare i danni patiti nella guerra del 1870 – in particolare, la perdita dell’Alsazia-Lorena – e di neutralizzarla. Ai rappresentanti alleati, riuniti per l’inaugurazione della Conferenza di pace, il presidente francese, Poincaré, rammentò: «Voi siete riuniti per riparare il male fatto e per impedirne il ritorno». Un messaggio molto chiaro. Intanto, le masse inglesi, presenti ai comizi elettorali del premier Lloyd George, scandivano in piazza lo slogan: Hang the Kaiser! (Impiccate il Kaiser). Anche questo, purtroppo, un messaggio molto chiaro. Alla fine, nessuna delle due posizioni – né quella umanitaria, né quella revanscista – ebbe a prevalere, spianando la strada così al loro sostanziale fallimento.

In ogni caso, quando il 18 gennaio 1919, a Parigi, si tenne, nella Sala dell’Orologio presso il ministero degli Esteri, la Conferenza di pace, preparatoria del trattato successivo, nessuno dei rappresentanti delle 27 Nazioni vincitrici, qui convenuti, scorse le ombre future, destinate ad allungarsi poi sull’Europa. Né si considerò un cattivo presagio il fatto di voler iniziare i lavori proprio nel giorno anniversario della proclamazione dell’Impero tedesco nel 1871. Preferirono cullarsi tutti nell’illusione di una facile soluzione. Pesavano tuttavia i nove milioni di morti in combattimento della Grande Guerra, 25 in tutto contando anche le vittime delle successive carestie, delle epidemie e dei disagi, secondo la stima realistica elaborata da Gilbert Murray in Then and Now.

“The Big Four”

Si costituì un comitato ristretto, soprannominato “The Big Four”, costituito da Lloyd George per l’Inghilterra, da Thomas Woodrow Wilson per gli Stati Uniti, da Georges Clémenceau per la Francia e da Vittorio Emanuele Orlando per l’Italia. Si trattava di personalità estremamente differenti tra loro, più facili a scontrarsi che a capirsi. Il premier francese lo evidenziò, dicendo del suo omologo inglese che «tutto capisce e niente sa» e del presidente americano che «tutto sa e niente capisce».

Non stupisce pertanto, viste le premesse, che un giorno, durante una seduta particolarmente accesa, Clémenceau sia addirittura venuto alle mani con Wilson: “Il Tigre” – com’era soprannominato il primo ministro francese – prese il suo interlocutore per i risvolti della giacca, serrandogli le mani alla gola.

Del resto, la popolarità conseguita in Europa dal presidente americano, professore di Diritto costituzionale a Princeton, svanì ben presto, oltre tutto sotto l’onta della delusione. L’opposizione riuscì a fare in modo che il Senato Usa non ratificasse il trattato di Versailles e non entrasse nemmeno nella Società delle Nazioni, ideata dallo stesso Wilson, per risolvere le controversie mondiali.

Difficoltà linguistiche

Il premier Vittorio Emanuele Orlando, docente di Diritto pubblico all’Università di Roma, dopo Caporetto, diede prova con i propri interventi della determinazione a resistere “ad ogni costo”. Anzi, non esitò ad abbandonare il tavolo della Conferenza assieme a tutta la delegazione italiana, quando il 23 aprile 1919 apparve sul Temps il “manifesto” del presidente americano, che negava all’Italia Fiume e la Dalmazia.

Un gesto, questo di Orlando, approvato poi dalla Camera con 382 voti favorevoli e soli 40 contrari: «L’Italia conosce la fame, non il disonore», commentò con orgoglio patrio il primo ministro italiano. Che tuttavia solo dieci giorni dopo, tornò sui propri passi, accompagnato dal ministro degli Esteri Sonnino, restando stranamente in silenzio durante i lavori. Scrisse in merito il successore di Orlando, Francesco Saverio Nitti, nella sua opera Rivelazioni:

«Nella conferenza le due lingue ammesse erano il francese e l’inglese. Wilson e Lloyd George non parlavano che l’inglese. Orlando parlava il francese e non comprendeva l’inglese. Clémenceau era il solo alla conferenza che avesse il vantaggio di parlare le due lingue. Così la discussione in realtà non si fece durante la conferenza che in inglese. Ora la traduzione dei discorsi di Clémenceau, di Wilson e di Lloyd George doveva essere fatta per comodo solo di Orlando, che spesso non se ne interessava affatto e ciò determinava una gran perdita di tempo. Accadeva che Orlando qualche volta rinunciasse egli stesso alla traduzione o che il traduttore Mantoux traducesse “abbreviando” tutti i discorsi o che desse solo quella parte o quelle parti che Clémenceau credeva e spesso nella forma meno adatta a determinare una qualunque presa di posizione da parte dell’Italia».

Spettatori passivi

Eppure il compito di quel ben singolare comitato ristretto fu oltre modo delicato: redigere il testo, da sottoporre poi per la firma ai tedeschi, vale a dire ai vinti. Vinti, che per l’intera durata della Conferenza rimasero spettatori passivi, il che tuttavia non parve turbarli troppo. Così l’ambasciatore italiano a Parigi, il conte Lelio Bonin-Longare, scrisse alle ore 20.20 del 27 aprile 1919 in un telegramma inviato al ministro degli Esteri Sonnino: «Pichon [il ministro degli Esteri francese, ndr] mi disse che i primi contatti con i primi inviati tedeschi giunti a Versailles sono tutt’altro che piacevoli; questi si dimostrarono arroganti, altezzosi, esigenti, avendo preteso per esempio di poter liberamente radiotelegrafare per mezzo della torre Eiffel».

Del resto, ai membri della missione tedesca, guidata dal ministro degli Esteri Ulrich von Brockdorff-Rantzau, era chiesto solo di prendere atto delle decisioni altrui, senza condizioni. Decisioni, che furono presentate alla Germania il 7 maggio nella Sala degli Specchi di Versailles, pretendendo una risposta entro e non oltre il 23 giugno.

Il ministro tedesco, grazie ad alcune indiscrezioni diplomatiche e giornalistiche, già sapeva però cosa contenessero i 440 articoli del Trattato. Niente di buono per il suo Paese, strozzato da clausole pesanti. Von Brockdorff-Rantzau avrebbe voluto respingerle in blocco, ma non poteva esser lui ad anticipare il parere del suo governo, il primo della repubblica di Weimar, sorta sulle rovine dell’Impero ed estremamente debole.

Così, dopo il breve discorso fatto in piedi da Clémenceau, il ministro degli Esteri tedesco si limitò a poche, ma dure parole, restando seduto: gesto, questo, letto come una provocazione dal premier francese e dal presidente americano, più realisticamente interpretato dal primo ministro inglese Lloyd George invece come un segno di tensione: «Il poveretto era così nervoso da essere fisicamente incapace di alzarsi. Fece un tentativo, ma le gambe gli tremavano troppo». Sapeva probabilmente che gli sarebbero venute meno le forze, se avesse tentato di parlare in piedi, e volle evitare a sé ed al mondo questo triste siparietto. Il dubbio è rimasto e l’enigma è insoluto, dato che lo stesso von Brockdorff-Rantzau, benché interpellato in proposito, mai si pronunciò.

La resa della Germania

Le sue parole, poche ma dure, suonarono come un’accusa: «I delitti commessi durante la guerra potranno anche non essere scusabili, ma vengono commessi in preda a passioni che rendono la coscienza dei popoli meno sensibile. Le centinaia di migliaia di non combattenti, che sono morti dopo l’11 novembre 1918 [data dell’armistizio, NdA], in seguito al blocco alleato della Germania, sono uccisi a sangue freddo e con premeditazione, in un momento in cui la vittoria era già stata assicurata ai nostri avversari. Pensate a questo, quando parlate di delitto e castigo». Un discorso, che provocò reazioni forti, polemiche, smentite, ma anche qualche consenso tra i vincitori.

Finalmente, dopo lunghe titubanze in un dibattito prevedibilmente vivace, il 23 giugno 1919, con 237 voti favorevoli e 138 contrari, il Parlamento tedesco autorizzò la firma del trattato, che inchiodava la Germania quale esclusiva responsabile della guerra. Partì immediatamente il telegramma per Parigi e Clémenceau lo ricevette esattamente ottanta minuti prima dello scadere dell’ultimatum.

Al trattato di Versailles ne seguirono altri con l’Austria (Saint-Germain, 10 settembre 1919), con la Bulgaria (Neuilly, 27 novembre 1919), con l’Ungheria (Trianon, 4 giugno 1920), con la Turchia (Sèvres, 10 agosto 1920). Nessuno di questi, però, rappresentò una reale soluzione. Furono tutte premesse di quanto sarebbe ancora dovuto accadere.

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Questo testo di Luigi Bertoldi è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

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