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Il massacro di Ekaterinburg

Storia04 Ottobre 2019
Testo dell'audio

Prima massacrati, poi fatti a pezzi, sfigurati, occultati: i membri della Famiglia imperiale russa morirono da martiri nel 1918, sterminati senza processo, nemmeno un processo farsa. Un decreto del Comitato esecutivo del Soviet degli Urali e dell’Armata rossa comunicò a tutti l’esecuzione, solo a cose fatte. I corpi vennero individuati nel 1979 dallo storico Aleksandr Avdonin e vennero fatti riesumare nel 1991. Nel 1998 gli esami sul DNA confermarono trattarsi dei resti della Famiglia imperiale, che ora vive ancora nei cuori del popolo russo.

Era la notte fra il 16 e il 17 luglio 1918 quando, in coerenza con la propria sanguinaria ideologia, il trionfante bolscevismo compì ad Ekaterinburg uno degli episodi più cupi e terribili della storia contemporanea: il massacro di casa Ipatiev. Vennero assassinati, infatti, non solo lo zar Nicola II e la zarina Alessandra, ripetendo l’atroce regicidio che segnò la Rivoluzione francese, antecedente storico e logico di quella bolscevica, ma anche il resto della famiglia, consistente nei loro cinque figli. Alla strage di casa Ipatiev non sfuggirono nemmeno alcuni domestici, che li avevano seguiti nella prigionia, tutti barbaramente trucidati in uno scantinato.

È chiaro il tentativo dei bolscevichi – come quello di poco più di cento anni prima dei giacobini – di annientare completamente l’idea di regalità in nome di una barbara democrazia, coinvolgendo chiunque fosse in qualche modo legato al Trono: la sacra figura dello Zar, la sua consorte, la sua famiglia e coloro che, seguendoli nella prigionia, perpetuavano il rispetto nei confronti di coloro che – con buona pace dei decreti del Soviet supremo – non erano “cittadini” qualsiasi, ma continuavano ad incarnare un altissimo simbolo della regalità.

Il primo assassinio

Nicola II aveva abdicato il 15 marzo 1917, designando quale proprio successore il fratello Michail, vista la malattia del figlio Aleksej, mantenendo il solo grado di colonnello dell’esercito e manifestando il desiderio di ritirarsi in Crimea, dove vivere dedicandosi all’agricoltura. La designazione di Michail fu peraltro formale: egli venne immediatamente arrestato, costretto a firmare una sorta di rinuncia e fu addirittura il primo membro della famiglia ad essere assassinato, di nascosto, il 12 giugno dell’anno successivo, quattro giorni prima del fratello e dei nipoti.

Intanto, gli altri Romanov, anch’essi in stato di arresto, passarono l’estate a Carskoe Selo, nei pressi di San Pietroburgo e quindi trasferiti a Tobol’sk, capitale della Siberia occidentale, al falso scopo di proteggerli dalle derive della rivoluzione di ottobre (del 7 novembre per il nostro calendario). Con la presa di potere da parte dei bolscevichi a seguito del golpe, sul destino della Famiglia reale si profilò una spaccatura: da un lato Lev Trotskij, fondatore dell’Armata Rossa, che avrebbe voluto portare lo Zar a Mosca per inscenare un clamoroso processo; dall’altro, il soviet degli Urali, che si rifiutava di consegnare i prigionieri e li trasferì ad Ekaterinburg.

Tutto precipitò nel luglio 1918, quando le armate dei bianchi, che combattevano contro i rivoluzionari, si avvicinarono alla città: in quei giorni i bolscevichi locali decisero di approfittare del “pericolo” per eliminare l’intera famiglia, per evitare che fosse liberata. Avrebbero potuto facilmente trasferirla a Mosca, ma preferirono cancellare i Romanov dalla faccia della terra.

La strage

Tra le undici e mezzanotte del 16 luglio il commissario Jurovskij svegliò lo zar e la sua famiglia e ordinò loro di vestirsi perché sarebbero stati nuovamente trasferiti in un luogo più sicuro. Fu solo un pretesto per farli scendere nel seminterrato, nella stanza dalle pareti appena stuccate, per non far rimbalzare i proiettili. Qui, al riparo da occhi indiscreti, vennero trucidati. Lo squadrone, messo insieme per l’occasione, comprendeva quattro bolscevichi russi e sette soldati ungheresi prigionieri di guerra, che non parlavano russo e non fecero storie, quando venne loro ordinato di sparare allo Zar e alle ragazze.

Il sotterraneo di casa Ipatiev poco dopo l’esecuzione della famiglia imperiale.

Jurovskij fece sistemare la famiglia imperiale nella stanza: seduti in prima fila c’erano Aleksandra Fëdorovna e Aleksej, accanto a loro Nicola e alle loro spalle le figlie; sui lati, invece, i membri del seguito: il medico dottor Botkin, la dama di compagnia Anna Demidova, il cameriere Trupp e il cuoco Kharitonov. Nessuno di loro avrebbe potuto immaginare che, nella camera accanto, il plotone fosse in attesa dell’ordine di Jurovskij.

Quando entrò la squadra, il commissario disse ai Romanov che i loro parenti stavano continuando ad attaccare la Russia sovietica, quindi il Comitato esecutivo degli Urali aveva deciso di giustiziarli. E ordinò allo squadrone di puntare e sparare.

Nicola fu il primo a cadere, poi toccò alla moglie, ai membri del seguito e ai figli. Protette dai gioielli di famiglia che indossavano sotto gli abiti, unico bene che erano riuscite e mettere in salvo, tre granduchesse non morirono all’istante ma, rannicchiate in un angolo, terrorizzate e agonizzanti per le ferite, vennero finite a colpi di baionetta e col calcio dei fucili. L’esecuzione terminò dopo venti, lunghissimi minuti.

Le salme vennero quindi trasportate nel vicino bosco di Koptiakij e lì occultate. I corpi dei Romanov vennero denudati, fatti a pezzi e gettati nel pozzo di una vecchia miniera, sciolti con acido solforico e infine dati alle fiamme.

Il decreto di condanna

Il 20 luglio venne pubblicato a Ekaterinburg il decreto dell’eseguita esecuzione: «Decreto del Comitato esecutivo del Soviet degli Urali dei deputati operai, contadini e dell’Armata rossa. Avendo notizia che bande cecoslovacche minacciano Ekaterinburg, capitale rossa degli Urali, e considerando che il boia coronato, qualora si desse alla latitanza, potrebbe sottrarsi al giudizio del popolo, il Comitato esecutivo, dando corso alla volontà del popolo, ha decretato di procedere all’esecuzione dell’ex-zar Nikolaj Romanov, colpevole di innumerevoli crimini sanguinosi».

Il 30 luglio l’Armata Bianca arrivò ad Ekaterinburg ed arrestò alcuni uomini dell’Armata Rossa, che avevano partecipato indirettamente al crimine, dando inizio all’indagine. I tentativi di nascondere il massacro (una vergognosa macchia indelebile sulla rivoluzione bolscevica che si spacciò – come a suo tempo quella francese e come tutte le rivoluzioni – per apportatrice di giustizia e libertà) continuò per decenni. Immediatamente, il Soviet centrale di Mosca negò il massacro dell’intera famiglia, comunicando la sola fucilazione dello zar in un tentativo di fuga. Jurovskij e i suoi uomini tentarono in ogni modo di nascondere qualsiasi traccia dell’esecuzione di massa.

Identificati i resti

Negli anni Settanta del Novecento Boris Eltsin, futuro presidente della Russia post-sovietica e al tempo dirigente locale del PCUS, fece abbattere casa Ipatiev, perché il partito non voleva che diventasse meta del pellegrinaggio di nostalgici dello zarismo: evidentemente, mezzo secolo di menzogne non aveva cancellato né la verità, né l’amore naturale che il popolo più sano prova nei confronti del proprio Monarca. Dei corpi ovviamente non v’era alcuna traccia, ma la memoria dell’eccidio era rimasta ben viva nella popolazione e gli abitanti del posto parlavano spesso di quella foresta piena di acquitrini.

I resti dei Romanov.

Solo dopo il crollo dell’URSS, lo storico Aleksandr Avdonin riuscì a recuperare i corpi, che aveva già individuato nel 1979 e che fece riesumare nel 1991.

Nel luglio del 1998 i resti della famiglia imperiale, dopo gli esami condotti sul DNA, vennero identificati con certezza (anche se rimangono alcuni dubbi sugli ultimi due figli dello zar, Anastasia e Aleksej).

La famiglia dello Zar oggi riposa nella cattedrale di Pietro e Paolo sull’isola Zayachij, nell’antica capitale fondata da Pietro il Grande. I suoi membri sono venerati come Santi Martiri dalla Chiesa ortodossa. E martiri andrebbero considerati da tutti, assieme a Luigi XVI e Maria Antonietta di Francia.

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Questo testo di Luigi Vinciguerra è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

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