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Il cardinale Mindszenty, martire della fede e … della diplomazia?

Storia31 Maggio 2019
Testo dell'audio

Tutta la vita del grande cardinale Mindszenty fu un segno di contraddizione, come si addice ai veri confessori della Fede. Solo che, mentre nella prima e nella seconda fase della sua vita si oppose ai regimi totalitari che opprimevano la Chiesa e la patria, nella terza fase dovette destreggiarsi in una situazione interna della Chiesa che, a causa del dovuto rispetto dei protagonisti e per l’importanza dell’argomento, preferiamo descriverla con le stesse parole del porporato, così come egli ne parla nelle sue celebri “Memorie”.

«Il mio corpo potrà ritornare nella mia patria solo quando l’abominevole stella rossa sarà definitivamente tramontata».

Con queste parole scritte nel suo testamento, il cardinale Joszef Mindszenty, primate d’Ungheria, sigillava la sua estrema opposizione a quella setta anticristiana che egli aveva sempre eroicamente combattuto.

In realtà, la salma del cardinale venne restituita alla patria il 3 maggio 1991, quando il Governo di Budapest era ancora dominato dai comunisti; il suo segretario personale, mons. Tibor Meszaros, protestò ufficialmente per questa violazione della volontà del defunto. Tuttavia, pochi anni dopo, la stella rossa tramontava effettivamente in Ungheria. Ad oltre trent’anni dalla morte del cardinale, avvenuta il 6 maggio 1975, ci sembra doveroso ricordarne brevemente l’eroica testimonianza in difesa della Fede e della libertà.

Tutta la vita di Mindszenty fu un segno di contraddizione, come si addice ai veri confessori della Fede. Solo che, mentre nella prima e nella seconda fase della sua vita si oppose ai regimi totalitari che opprimevano la Chiesa e la patria, nella terza fase dovette destreggiarsi in una situazione interna della Chiesa che, a causa del dovuto rispetto dei protagonisti e per l’importanza dell’argomento, preferiamo descriverla con le stesse parole del porporato, così come egli ne parla nelle sue celebri Memorie.

Martire vittima del comunismo

Ma andiamo per ordine. Nella prima fase della sua vita, egli ha dovuto sopportare la terribile e violenta persecuzione dei nemici di Dio e della Chiesa, della quale sempre difese l’unità, l’integrità e i diritti, diventando popolarissimo nella propria patria e anche all’estero.

Già quando era solo un giovane sacerdote, fu imprigionato per la sua opposizione al regime comunista di Bela Kun, quello del sanguinario “biennio rosso” 1918-1920. Nel 1944, non appena nominato vescovo, Mindszenty venne nuovamente imprigionato dal regime nazista delle Croci Frecciate, imposto da Hitler all’Ungheria occupata, per il fatto che il prelato aveva difeso la libertà di religione e si era opposto all’applicazione delle leggi razziste importate dalla Germania.

Finita la tempesta della Seconda Guerra Mondiale, Mindszenty era divenuto un eroe nazionale. Papa Pio XII lo premiò nominandolo Primate d’Ungheria e affidandogli la missione di favorire il ritorno della patria alla Fede, auspicando il ritorno degli Asburgo sul Trono di santo Stefano. Ma gli accordi di Yalta consegnarono la sventurata nazione al regime comunista, che prese il potere dapprima in coalizione con altri e poi da solo.

Il primate divenne così il protagonista della resistenza cattolica al regime sovietico del sanguinario Rakosi. Mindszenty si rifiutò di riconoscere l’usurpatore e si oppose alla oppressione della comunità ecclesiale, alla laicizzazione dell’insegnamento scolastico, alla collettivizzazione dell’agricoltura. Dopo un’abile campagna internazionale di diffamazione, alla quale si prestarono anche i giornali comunisti italiani, nel 1948 il Governo imprigionò il primate con l’accusa di spionaggio contro lo Stato e traffico di valuta.

Dopo un anno di torture fisiche e psicologiche, i carnefici riuscirono a fargli sottoscrivere una confessione di colpevolezza; ma egli, in un estremo sforzo di lucidità, pose accanto alla propria firma la rivelatrice sigla latina c.f., che significa: “coactus feci” (“l’ho fatto perché costretto”). Al processo, difatti, il cardinale non confessò nulla e al Governo non restò che condannarlo all’ergastolo, cercando di sfruttare al massimo l’effetto di questa vergognosa farsa. Ma i suoi fedeli in patria e quelli esuli in Occidente non credettero mai alle calunnie del regime e lo celebrarono come un martire.

Sette anni dopo, nell’ottobre 1956, quando la rivolta popolare tentò di sottrarre l’Ungheria all’oppressione sovietica, Mindszenty venne liberato e portato in trionfo dai propri connazionali. Egli lanciò un accorato appello all’Occidente, affinché sostenesse la propria patria in questo tentativo di liberazione e di riscatto; Pio XII gli fece eco.

Ma questo appello rimase inascoltato e il capo sovietico Krusciov poté reprimere nel sangue la rivolta. Al primate, che si rifiutava di abbandonare il proprio popolo, non restò che rifugiarsi nell’ambasciata statunitense a Budapest, dove rimase relegato per ben quindici anni diventando un ospite ingombrante.

E anche della diplomazia?

Nel frattempo, se nulla cambiava in Oriente, molto invece cambiava nell’Occidente: la cultura e la diplomazia parlavano di “dialogo”, distensione, convivenza pacifica, apertura ai regimi comunisti. È facile documentare come questa politica era abilmente fomentata dalla propaganda sovietica, mentre contemporaneamente – per dirla con le parole della Vergine a Fatima – “la Russia promuoveva guerre e crimini” contro la Chiesa e il mondo libero.

La febbre di pacificazione finì col farsi strada negli ambienti dell’alta diplomazia del mondo intero, da quelli della Washington del duo Nixon-Kissinger alla Bonn di Willy Brandt, dove nacque il termine Ostpolitik, e persino alla Santa Sede.

La diplomazia vaticana, guidata da mons. Agostino Casaroli, divenne sempre più zelante nel “normalizzare” i rapporti con i regimi comunisti, al fine dichiarato di ottenere la sopravvivenza della Chiesa nell’era comunista. In realtà, a volte i primi “beneficiari” dell’Ostpolitik vaticana hanno visto e asserito chiaramente che il prezzo era troppo alto: rinunciare ad ogni forma di critica e di resistenza per un minimo di libertà vigilata.

La personalità più al centro dell’intesa bilaterale fra la diplomazia di mons. Casaroli e i regimi dell’ambito comunista fu proprio il cardinale Mindszenty.  Il porporato magiaro ricorda che già «a partire del 1963 (…) Papa Giovanni mi fece domandare se avevo piacere di andare a Roma per assumere un incarico nella Curia. In tal modo egli avrebbe potuto occupare di nuovo la sede vescovile resasi vacante. Gli risposi che avrei assecondato volentieri i suoi piani, se così egli pensava di poter favorire la libertà della Chiesa».

Ma il cardinale, come riferisce egli stesso nelle sue menzionate Memorie, temeva molto che dietro ci fossero le pressioni di Kádár, capo del comunismo insediatosi con l’aiuto dei tank sovietici dopo la rivolta del 1956, il quale già aveva ottenuto una “svolta” a suo favore con la creazione della commissione cattolica Opus Pacis.

Il capo dei vescovi era Mons. Grosz, che il Cardinale in parte assolve dicendo «che il motivo della sua remissività va però ricercato (…) nella speranza di potere in tal modo assicurare il mantenimento dell’insegnamento della religione (…) Tuttavia l’arcivesco Grosz è stato deluso nelle sue speranze».

Poi aggiunge: «oltre alle attività nell’Opus Pacis, possiamo considerare un segno della collaborazione e dei buoni rapporti esistenti» il fatto che le cariche ecclesiastiche venivano occupate mediante un accordo governo-vescovi, astenendosi il governo di inserirvi gli agenti comunisti espliciti del cosiddetto “gruppo dei preti pacifisti”. Cosa che durò solo fino al ‘58, quando il vescovo Hamvas si recò nell’Unione Sovietica e in seguito nominò vicario generale di Esztergom, arcidiocesi di cui era amministratore, «il principale prete pacifista».

«Nel frattempo – sono i severi termini del presule – la coesistenza e la distensione erano diventate le parole magiche della politica internazionale. (…) Quando due anni e mezzo dopo Mons. Casaroli intraprese trattative con il regime Kádár per conto del Vaticano, il regime con i suoi sacerdoti pacifisti e il suo dicastero statale per gli affari ecclesiastici aveva già ridotto completamente al silenzio la vera Chiesa ungherese. Per questo il diplomatico vaticano non ascoltò più la parola del cattolicesimo ungherese e per questo successe che, a mio giudizio, la diplomazia vaticana ha intrapreso giudizi senza conoscere a fondo la situazione, trattative che hanno portato solo vantaggi per i comunisti e gravi svantaggi per il cattolicesimo ungherese».

Comunque, dopo una lunga trattativa Paolo VI  richiamò il presule a Roma nel 1971. Egli accettò a certe condizioni, anche se alcune lo lasciarono «assai perplesso», come quella di non rilasciare dichiarazioni sui fatti. Ma egli era «fiducioso che la Santa Sede avrebbe nel frattempo orientato l’opinione pubblica conforme a verità a proposito delle cause e delle circostanze del mio allontanamento»; invece si ritrovò che «persino L’Osservatore Romano commentò la mia partenza dell’Ungheria come se, con il mio allontanamento, si fosse eliminato un ostacolo che rendeva più difficili i buoni rapporti tra Chiesa e Stato. Questa fu per me la prima amara esperienza: dovetti prendere atto che certi circoli vaticani non tenevano conto delle condizioni che avevo posto a questo riguardo e che a Budapest era stata inserita nel verbale».

D’altra parte doveva comunque lasciare l’ambasciata americana dove era riparato quindici anni prima. Il Presidente Nixon «mi raccomandava di rassegnarmi al mio destino. (…) capii chiaramente che da quel momento dovevo considerarmi un ospite non gradito nell’ambasciata».

Il più sottile e acuto dei martìri

All’isolamento fisico succedeva un isolamento morale e psicologico. Nella storia della Chiesa, a volte è capitato che i santi subiscano le peggiori incomprensioni da parte di chi li dovrebbe difendere. Mindszenty non accettò però di serbare un totale silenzio. Tuttavia, conscio della delicatezza della propria situazione, agì con prudenza. Viaggiò in Europa e negli Stati Uniti per incoraggiare le comunità ungheresi esuli; levò appelli a Roma e all’ONU affinché difendessero la libertà religiosa d’oltrecortina.

Nel 1971 il nunzio a Vienna gli comunicò che la Santa Sede aveva dato al regime comunista la garanzia che egli non avrebbe detto niente all’estero «che potesse riuscirgli sgradito». Il cardinale negò di saperlo: «Se fossi stato messo al corrente di una simile promessa, avrei indubbiamente pregato il Santo Padre di annullare di nuovo tutti i passi che erano stati fatti per preparare la mia partenza. (…) Pregai perciò il nunzio di comunicare ai competenti organi vaticani che in Ungheria regnava ora un opprimente silenzio di tomba e che io inorridivo al pensiero di dover tacere anche nel mondo libero».

Accogliendo l’esortazione che gli veniva dai suoi connazionali, Mindszenty pubblicò le  bellissime Memorie (1974), dopo averle fatto vedere a Paolo VI che qualificò l’opera come «preziosa, affascinante e avvincente». Tuttavia lo mise in guardia perché i comunisti si sarebbero vendicati ripetendo le calunnie contro di lui.

Il porporato gli ricordò rispettosamente che era ormai «abituato alle continue calunnie dei nemici della Chiesa» e anche a quelle dei «cattolici progressisti e di sinistra», e che col bolscevismo non c’era niente da fare perché rispondeva a una ideologia intrinsecamente malvagia. «Dopo tutto quello che è successo posso concludere che il Papa non è stato più in grado di resistere alla pressione del regime di Budapest», che chiedeva la «rinuncia alla mia carica arcivescovile». Si disse convinto che il Papa era amareggiato perché sapeva bene che così veniva a chiedergli «un nuovo sacrificio alle sofferenze che già avevo dovuto sopportare». Adducendo una serie di considerazioni, l’intrepido presule fece notare al Papa che non poteva rinunciarvi.

Tuttavia nel 25° del suo arresto ricevette una lettera in cui «con riconoscenza e gratitudine [si affermava] che la sede arcivescovile di Esztergom era dichiarata vacante». Fin qui, la parole del grande cardinale Mindszenty.

Bisogna sottolineare che, come viene ribadito in queste stesse pagine da un altro grande della Chiesa del Silenzio, il cardinale Kòrec, se oggi nei Paesi ex comunisti non esiste più quel regime lo dobbiamo proprio all’eroica resistenza di testimoni e màrtiri come il cardinale Mindszenty, non certamente all’Ostpolitik di Casaroli. La nazione ungherese lo sa bene, e difatti oggi venera le spoglie del suo primate, del quale ha voluto avviare la causa di beatificazione.

 

Questo testo di Guido Vignelli è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

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