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Cristiani d’Egitto

Storia21 Dicembre 2018
Testo dell'audio

L’evangelista Matteo, dopo aver narrato la fuga di Gesù Bambino in Egitto, chiosa citando il profeta Osea: la terra del Nilo, un tempo terra di schiavitù e scenario della fuga del popolo d’Israele, diventa luogo di salvezza per la Sacra Famiglia e, di lì, Dio chiama suo Figlio.

Il nome dell’Egitto ricorre 550 volte nella Bibbia. Una stretta tessitura lega Israele all’Egitto, fitta di sentieri polverosi che, nel racconto biblico, vengono ripetutamente percorsi in un verso e nell’altro: Giuseppe va in Egitto e così la sua famiglia, che va e torna più volte; Mosè, che vi è nato, se ne allontana, poi torna, e infine se ne separa di nuovo seguito dal popolo; Gesù Bambino, infine, va nella terra dei faraoni, come uno dei tanti profughi che, nell’antichità, andavano in Egitto a cercare pane dai suoi famosi granai.

La fuga in Egitto di Gesù, narrata brevemente da Matteo, è invece oggetto di più ampi racconti nei vangeli apocrifi, narrazioni antiche che la tradizione cristiana ci ha tramandato, ricchi di particolari riguardanti l’infanzia di Gesù. Dalla tarda antichità fino all’epoca moderna, pellegrini cristiani che si recavano in Terra Santa proseguivano di lì fino in Egitto, sulle tracce della Sacra Famiglia.

I copti, cristiani d’Egitto, coltivano ancora devotamente queste tradizioni, venerando con le loro feste i siti della valle del Nilo che la tradizione ha segnato come luoghi di permanenza del Divino Fanciullo.

La chiesa copta

I terribili fatti di sangue che hanno segnato la vigilia natalizia del 2010 dei cristiani d’Egitto, con la strage di Alessandria, ha risvegliato l’attenzione del mondo, in particolare dell’Europa, su gruppi di cristiani spesso dimenticati in situazioni di marginalità e talvolta perseguitati.

La chiesa copta trae il suo nome dall’antica definizione che i greci assunsero per la terra del Nilo, Aigyptos, che ricalca uno dei nomi dell’antica capitale Menfi, Hutkaptah, cioè “Tempio del ka di Ptah”.

La civiltà copta rappresenta, attraverso la tradizione cristiana d’Egitto, l’ultima sopravvivenza della cultura egizia precedente l’invasione araba e l’islamizzazione, così come la lingua copta è l’ultimo stadio della lingua egizia, scritta in caratteri greci con l’aggiunta di alcuni grafemi, arricchita dal lessico greco ma ancora sostanzialmente vicina alla lingua faraonica per quanto concerne la struttura e la morfologia.

L’Egitto copto mostra dunque delle caratteristiche peculiari, dovute al retaggio di un’antica prestigiosa tradizione, entrata in dialogo con la cultura greca e con quella romana, fino a divenire espressione del Cristianesimo.

La comunità cristiana d’Egitto è antichissima e risale alla prima generazione di seguaci di Gesù: tradizionalmente, la sua fondazione fa capo all’evangelista Marco, le cui spoglie erano venerate in Alessandria, prima che i veneziani le traslassero in Italia.

Un cammino verso Dio lungo millenni

L’antica comunità cristiana d’Egitto fu indubbiamente molto attiva, anche per quanto riguarda la riflessione teologica: l’antica religione egizia aveva attraversato i millenni accompagnata da una speculazione teologica tanto ampia quanto complessa e i suoi sacerdoti di epoca romana erano depositari di questa tradizione.

D’altra parte, tale riflessione teologica, attraverso i millenni, era andata sovrapponendo le numerose figure divine dell’Egitto faraonico: se da un lato esse sembravano moltiplicarsi con le loro forme spesso mostruose, dall’altra andavano apparendo sempre più come aspetti dell’indicibile, dell’inconoscibile.

In questa complessità, due figure erano estremamente diffuse a livello popolare e non solo in Egitto, ma in tutto l’Impero Romano: Iside, la dea madre, benevola e soccorritrice; Horo, il dio figlio, bambino spesso mostrato in braccio a Iside che lo allatta. Horo era, nella più antica tradizione egizia, il figlio divino e regale, incarnato dal faraone; nel mito egli aveva dovuto nascondersi, fuggitivo con la mamma, per sopravvivere alla persecuzione di Seth, perfido zio usurpatore.

L’adesione della popolazione egizia all’annuncio del Cristianesimo scaturiva, dunque, sì da una scelta di conversione, che tuttavia doveva essere stata in qualche modo preparata e illuminata da un cammino precedente, se immaginette in terracotta del paffuto dio bambino e di sua madre in atteggiamento amorevole erano venerate da tempo nelle case.

È anche possibile che sapienti sacerdoti egizi, convertitisi, abbiano portato nel Cristianesimo quel bagaglio che, purificato, contribuì alla ricchissima riflessione teologica che l’antica chiesa egiziana ci ha tramandato, con gli scritti di personalità altissime, quali Origene, e figure del patriarcato di Alessandria, come Atanasio.

Sembra di intravedere, in Egitto, un peculiare modello del cammino dell’uomo verso Dio: un percorso lungo e tortuoso, illuminato dalla sapienza umana, che prepara nel tempo l’adesione all’Annuncio.

Tra le antiche tradizioni e un presente drammatico

L’Egitto, inoltre, ha donato al Cristianesimo la tradizione del monachesimo. Antonio e Paolo, ritiratisi nel deserto per dedicare a Dio la propria esistenza, sono i primi di un fenomeno sociale ampio, che vide nei primi secoli del Cristianesimo il fiorire di monasteri lontano dalle città, in quel deserto che, nella tradizione egizia era abitato dalla divinità e, nella Bibbia, era il luogo della rivelazione a Israele.

Straordinari complessi monastici fanno ancora oggi da corona alla valle del Nilo ed è auspicabile che i cristiani d’Europa scelgano sempre di più, in futuro, quale meta di pellegrinaggio, questi luoghi sacri. La Chiesa copta riconosce quale massimo pastore il Patriarca di Alessandria; le comunità sono generalmente aperte all’incontro e all’ecumenismo. Esiste inoltre una chiesa copta minore nei numeri che si riconosce nel cattolicesimo romano, seguendone il rito orientale.

I cristiani d’Egitto vivono in un ambiente islamico con il quale interagiscono in genere pacificamente – basta vedere come cristiani e musulmani lavorano insieme nelle agenzie che operano per il turismo – e tuttavia a tratti con difficoltà, che si sono rivelate tragicamente nella notte di Natale del 2010.

Gli eventi successivi alla rivoluzione avvenuta tra gennaio e febbraio hanno visto talvolta copti e musulmani su fronti diversi, ma anche, in un’immagine memorabile, manifestare insieme, tenendosi per mano, alzando da un lato la Croce e dall’altra il Corano. Speriamo che, da questo fermento, il riconoscimento delle diverse identità sia il primo passo per costruire una convivenza fraterna.

 

Questo testo di Giuseppina Capriotti Vitozzi è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it