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Venerabile József Mindszenty

Santi: ritratti di fede17 Febbraio 2019
Podcast "Santi: ritratti di fede" di Cristina Siccardi | Radioromalibera.org
Testo dell'audio

Dal 12 febbraio 2019 il cardinale József  Mindszenty è venerabile in quanto la Chiesa ha riconosciuto le sue virtù eroiche, il 22 ottobre 1996 era stata, infatti, avviata la sua causa di beatificazione. Nacque a Mindszent il 29 marzo 1892, in un villaggio della campagna ungherese. Studiò nel seminario di Szombathely e fu ordinato sacerdote il 12 giugno 1915. Dopo la prima Guerra mondiale e il crollo dell’Impero asburgico, presero il potere in Ungheria i comunisti di Béla Kun. Nel 1919 Mindszenty, in quanto sacerdote, fu arrestato.

Il 3 marzo 1944 fu nominato vescovo di Veszprém; venne consacrato il 25 marzo dello stesso anno nella cattedrale di Strigonio. Fra il 1944 e il 1945 fu catturato e incarcerato dai nazisti. Il 2 ottobre 1945 fu promosso arcivescovo di Esztergom e primate d’Ungheria. Papa Pio XII lo elevò al rango di cardinale nel concistoro del 18 febbraio 1946. Il 22 febbraio dello stesso anno ricevette il titolo di Santo Stefano al Monte Celio.

Con la fine della seconda Guerra mondiale, l’Ungheria divenne un satellite dell’Unione Sovietica e anche qui, come in tutti i territori comunisti, la Chiesa iniziò ad essere duramente perseguitata e sul Vescovo Mindszenty si abbatté tutto l’odio delle autorità. Il 26 dicembre 1948 fu prelevato in episcopio dalla polizia e arrestato. Sottoposto a torture ed umiliazioni, fu picchiato per giorni e giorni, drogato e costretto ad ascoltare oscenità allo scopo di fargli confessare inesistenti reati commessi contro il regime. Si svolse un processo-farsa e l’anno successivo fu condannato all’ergastolo. Sfinito fisicamente, sottoscrisse l’accusa di cospirazione tesa a rovesciare il Governo, ma ebbe l’eroica lucidità di porre in calce la sigla C.F. (coactus feci, ovvero «firmai perché costretto»).

Le angherie perpetrate ai danni del Vescovo magiaro echeggiarono ampiamente nel mondo occidentale e fu un’eclatante prova della natura militante dell’ateismo sovietico e dell’oppressione esercitata sulla Chiesa.

Mindszenty subì il martirio di 22 anni di prigionia, intervallati dagli arresti domiciliari. Gli venne impedito di leggere testi sacri, di inginocchiarsi e le guardie ebbero l’ordine di interromperlo se iniziava a recitare preghiere. Si ammalò di tubercolosi a motivo del regime carcerario. Nel 1956, in Ungheria, si levò la ben nota insurrezione popolare, durante la quale il cardinale fu liberato dagli insorti. Tuttavia i carri armati sovietici ristabilirono il potere del Governo tirannico. Fu allora che trovò rifugio nell’ambasciata statunitense di Budapest, che divenne suo luogo di esilio. Non poté partecipare ai conclavi del 1958, quando venne eletto Giovanni XXIII, né del 1963, quando salì al soglio pontificio Paolo VI, Pontefici che non condannarono il comunismo, come pure il Concilio Vaticano II, nei cui documenti non c’è traccia alcuna di presa di pozione della Chiesa su questo fronte poiché a Metz, in Francia, il 13 agosto 1962 venne stipulato un accordo fra la Santa Sede e la Chiesa ortodossa russa in cui la Chiesa ortodossa accettò di inviare osservatori al Concilio in cambio della rinuncia del Vaticano di astenersi dal condannare il comunismo. Le trattative si svolsero fa il cardinale Tisserant e il metropolita Nikodim. La Santa Sede prese a percorrere la strada dell’Ostpolitik, chiudendo gli occhi sulle persecuzioni di quella che sarà definita la «Chiesa del silenzio» e di cui il fedele apostolo di Cristo József Mindszenty fu eroico simbolo.

Il Cardinale ungherese si oppose sempre e senza cedimenti, nonostante le pressioni politiche vaticane che troveranno il loro maggiore rappresentante nel cardinale Agostino Casaroli (1914-1998), che diverrà Segretario di Stato dal 1979 al 1990, ai compromessi e alle trattative fra la Chiesa e i governi comunisti. Egli fu ed è il testimone della persecuzione comunista ai danni della Chiesa; egli fu ed è, allo stesso tempo, un testimone dei tradimenti della Santa Sede nei confronti di prelati e clero che vennero abbandonati dalla Chiesa stessa. Giunse a scrivere una lettera di protesta indirizzata alla Segreteria di Stato della Santa Sede, a quel tempo presieduta da Jean-Marie Villot (1905-1979), dove denunciava la nomina di vescovi nei Paesi di dominio comunista influenzata dal gradimento o meno dei diversi regimi che ruotavano nell’orbita sovietica.

Mindszenty non temette di avere un vero e proprio scontro con Roma: lottò contro l’impostazione di una Santa Sede votata ai compromessi con i governi comunisti. Più volte incontrò il cardinale Casaroli, inoltre, per diversi anni rifiutò l’invito del Vaticano di trovare riparo a Roma. La posizione temeraria ed isolata del presule, fece sì che anche per gli americani divenisse una personalità scomoda e, dopo molte trattative, nel 1971, con l’intervento del Presidente degli Stati Uniti Nixon, si allontanò dall’ambasciata statunitense per raggiunse la Santa Sede. Ma le sue sofferenze non si placarono a motivo di una continua ostilità di Roma nei suoi confronti.

Scelse di risiedere a Vienna, nel collegio Pázmány, antica istituzione ungherese. In questo periodo realizzò numerosi e benefici viaggi per raggiungere le diverse comunità ungheresi sparse nel mondo per far sentire la sua vicinanza di Pastore e per descrivere l’orribile realtà del comunismo. Ma il regime di Budapest ottenne dal Vaticano il suo silenzio. La norma che prevedeva che i vescovi lasciassero l’incarico a 75 anni non fu applicata nel suo caso, finché il 1º novembre 1973, quando il cardinale aveva ormai superato gli 81 anni, papa Paolo VI chiese le sue dimissioni dalla cattedra primaziale di Esztergom. Il cardinale oppose un rispettoso, ma netto rifiuto. Il 18 novembre dello stesso anno, il Pontefice lo sollevò dall’incarico, nominando un amministratore apostolico.

Il 6 maggio 1975 Mindszenty morì a Vienna; nel 1991 le sue spoglie vennero solennemente trasportate da Mariazell a Esztergom, per essere tumulate nella cripta della cattedrale di Nostra Signora e di sant’Adalberto. Il suo amore per Cristo e la Chiesa furono un tutt’uno con l’amore per il suo popolo, e per essi patì indicibili dolori e per essi si sacrificò: in lui si rispecchia la santità di santo Stefano d’Ungheria.