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Sant’Antonio da Padova. Il francescano Dottore della Chiesa

Santi: ritratti di fede17 Giugno 2019
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Sant’Antonio da Padova è uno dei santi più amati e venerati dalla cattolicità. Fu canonizzato nel 1232, l’anno seguente la sua morte, da papa Gregorio IX. Nel 1946 Pio XII lo proclamò Dottore della Chiesa. Il suo emblema è il giglio bianco, con il quale viene raffigurato. È ,patrono degli affamati, dei poveri ed è invocato per ritrovare gli oggetti smarriti.

Trentadue anni dopo la sua morte, durante la traslazione delle sue spoglie, san Bonaventura da Bagnoregio, biografo di san Francesco d’Assisi, trovò la lingua del santo incorrotta, ed è tuttora conservata nella cappella del Tesoro, nella Basilica di sant’Antonio da Padova, città veneta di cui è patrono. Sant’Antonio è anche patrono del Portogallo, del Brasile, della Custodia della Terra Santa e di numerose città in Italia, Spagna e Stati Uniti.

Fernando di Buglione nasce in Portogallo, a Lisbona, il 15 agosto 1195 da nobile famiglia portoghese discendente del crociato Goffredo di Buglione. A quindici anni è novizio nel monastero di San Vincenzo a Lisbona, in seguito si trasferisce nel monastero di Santa Croce di Coimbra, il maggior centro culturale del Portogallo appartenente all’Ordine dei Canonici regolari di Sant’Agostino, dove studia scienze e teologia. Viene ordinato sacerdote nel 1219, a 24 anni. Avviato alla carriera del teologo e del filosofo, decide di lasciare l’Ordine dei Canonici Regolari di Sant’Agostino perché è intollerante rispetto ai giochi di potere e politici che corrono fra i canonici regolari agostiniani e re Alfonso II. Egli anela, infatti, a qualcosa di più grande per il perfezionamento della propria anima.

Il momento propizio per il cambiamento della sua vita avviene nel 1220, quando giungono a Coimbra i corpi dei cinque protomartiri dell’Ordine francescano, decapitati in Marocco, dove si erano recati a predicare per ordine di san Francesco d’Assisi. Quando i frati del convento di monte Olivares arrivano per accogliere le spoglie dei martiri, Fernando confida loro la sua aspirazione di vivere nello spirito del Vangelo. Ottenuto il permesso dal provinciale francescano di Spagna e dal priore agostiniano, Fernando entra nel romitorio dei Minori e fa subito professione religiosa, cambiando il suo nome in Antonio, in onore dell’abate eremita egiziano. Anelando al martirio, subito chiede ed ottiene di partire missionario per il Marocco. Siamo sul finire del 1220 e frate Antonio si imbarca su un veliero diretto in Africa, ma durante il viaggio è colpito da febbre malarica ed è costretto a letto. La malattia prosegue e in primavera i confratelli lo convincono a rientrare in patria per le cure adeguate. Secondo altre versioni, invece, frate Antonio non si fermò mai in Marocco: ammalatosi appena partito da Lisbona, la nave fu spinta da una tempesta a Messina, in Sicilia e, curato dai francescani del luogo, egli guarì dopo due mesi.

Il ministro provinciale dell’Ordine per l’Italia settentrionale gli propone di trasferirsi a Montepaolo, presso Forlì, dove serve un sacerdote che dica la messa per i sei frati residenti nell’eremo composto da una piccola chiesa, qualche cella e un orto. Per circa un anno e mezzo vive in contemplazione e penitenza, svolgendo per suo desiderio personale le mansioni più umili.

San Francesco in persona assegna a frate Antonio il ruolo di predicatore e di docente, che lo esorta, in una lettera, a mai perdere lo spirito di preghiera. Inizia a predicare nella Romagna, prosegue nell’Italia settentrionale. Combatte le eresie, in particolare quella catara in Italia e albigese in Francia, dove arriverà nel 1225. Tra il 1223 e il 1225 pone le basi della scuola teologica francescana, insegnando nel convento bolognese di Santa Maria della Pugliola. In Francia, fra il 1225 e il 1227, assume un incarico di governo come custode di Limoges. Mentre si trova in visita ad Arles, si racconta che gli sia apparso san Francesco che aveva appena ricevuto le stigmate. Come custode partecipa nel 1227 al Capitolo generale di Assisi, dove il ministro dell’Ordine è Giovanni Parenti, quel provinciale di Spagna che lo accolse anni prima fra i Minori e che lo nomina ora provinciale dell’Italia settentrionale.

Frate Antonio apre nuove case, visita i conventi per conoscere personalmente tutti i frati, ispeziona le Clarisse e l Terz’ordine, va a Firenze, finché fissa la residenza a Padova e in due mesi scrive i celebri Sermoni domenicali.

A Padova ottiene la riforma del Codice statutario repubblicano grazie alla quale un debitore insolvente, ma senza colpa, dopo aver ceduto tutti i beni non può essere anche incarcerato. Inoltre riesce ad ottenere da Ezzelino da Romano, chiamato «il Feroce», il quale fece massacrare undicimila padovani che gli erano ostili, la liberazione dei capi guelfi incarcerati. Intanto scrive i Sermoni per le feste dei Santi e sui precetti della fede, della morale e della virtù, ma anche sull’amore di Dio e la pietà verso i poveri, l’orazione, l’umiltà, la mortificazione, scagliandosi contro l’orgoglio e la lussuria, l’avarizia e l’usura.

Convinto assertore del dogma dell’assunzione della Vergine, su richiesta di papa Gregorio IX nel 1228 tiene le prediche della settimana di Quaresima e proprio dal questo Pontefice viene definito «arca del Testamento». Le prediche, secondo i testimoni del tempo, furono tenute davanti ad una folla cosmopolita e ognuno lo sentì parlare nella propria lingua. Viaggiò per tre anni consecutivi e nonostante soffrisse d’asma e di idropisia non si risparmiò, tornando a Padova per predicare la Quaresima del 1231.

Per riposarsi si ritira a Camposampiero, vicino a Padova, dove il conte Tiso, che aveva regalato un eremo ai frati, gli fa allestire una stanzetta tra i rami di un grande albero di noce. Qui frate Antonio predica e confessa, ma svolge la sua missione anche in paese, poi la sera torna nella sua cella. Una notte il conte Tiso, volendo accertarsi della salute di frate Antonio, va a fargli visita e lo trova immerso in un’ampia luce in compagnia di Gesù Bambino.

Portatore di doni prodigiosi, il Dottore della Chiesa operò molteplici miracoli, quali esorcismi, profezie, guarigioni, il ritrovamento del cuore di un avaro in uno scrigno, il rendere innocui i cibi avvelenati; sperimentò anche la bilocazione (fu, infatti, visto in più luoghi contemporaneamente) e una volta costrinse una mula ad inginocchiarsi davanti alla Sacra Ostia.

A mezzogiorno del 13 giugno, era un venerdì, frate Antonio si sente mancare e prega i confratelli di portarlo a Padova, dove vuole morire. Caricato su un carro trainato da buoi, alla periferia della città le sue condizioni si aggravano, tanto che si decide di ricoverarlo nel vicino convento dell’Arcella dove muore in serata. Si racconta che mentre stava per spirare ebbe la visione del Signore e che al momento della sua morte, nella città di Padova molti bambini presero a correre e a gridare che il Santo era mancato. Nei giorni a seguire si scatenarono degli alterchi tra il convento dove era spirato e che voleva conservarne le spoglie e quello di Santa Maria Mater Domini, il suo convento, dove avrebbe voluto morire. Durante la disputa si verificarono dei disordini popolari ed infine il padre provinciale decise che la salma fosse trasportata nel chiostro Mater Domini. Non appena il corpo giunse nel convento di Padova si verificarono numerosi miracoli per sua intercessione.

Ricordiamo alcuni pensieri di Sant’Antonio da Padova, la cui festa è celebrata dalla Chiesa il 13 di giugno, memoria del suo dies natalis:

«Convertiti a Dio e la terra sarà sempre in pace con te».

«Se predichi Gesù, egli scioglie i cuori duri; se lo invochi, addolcisci le amare tentazioni; se lo pensi, ti illumina il cuore; se lo leggi, egli ti sazia la mente».

«La natura ha posto davanti alla lingua due porte, cioè i denti e le labbra, per indicare che la parola non deve uscire se non con grande cautela».

«Il cristiano deve appoggiarsi alla Croce di Cristo come il viandante si appoggia al bastone quando intraprende un lungo viaggio».

«La pazienza è il baluardo dell’anima, e la presidia e difende da ogni perturbazione».

E ancora: «La fede vera è accompagnata dalla carità. Credere in Dio per il cristiano, non significa tanto credere che Dio esiste e neppure credere che Egli è verace, significa credere amando, credere abbandonandosi in Dio, unendosi e uniformandosi a Lui».

«Qui, in terra, l’occhio dell’anima è l’amore, il solo valido a superare ogni velo. Dove l’intelletto s’arresta, procede l’amore che con il suo calore porta all’unione con Dio».

Infine: «Chi predica la verità professa Cristo. Chi invece nella predicazione tace la verità, rinnega Cristo».

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