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Santa Giuseppina Bakhita. Dalla schiavitù in Africa alla libertà di figlia di Dio in Italia

Santi: ritratti di fede03 Febbraio 2020
Testo dell'audio

Leggiamo dal Martirologio Romano: «Santa Giuseppina Bakhita, vergine, che, nata nella regione del Darfur in Sudan, fu rapita bambina e, venduta più volte nei mercati africani di schiavi, patì una crudele schiavitù; resa, infine, libera, a Venezia divenne cristiana e religiosa presso le Figlie della Carità e passò il resto della sua vita in Cristo nella città di Schio nel territorio di Vicenza prodigandosi per tutti».

La Chiesa la ricorda l’8 febbraio, mentre nella diocesi di Milano la sua memoria si celebra il 9 febbraio. Esiste un manoscritto, redatto in italiano e custodito nell’archivio storico della Curia generalizia delle suore Canossiane di Roma, che raccoglie l’autobiografia di santa Bakhita, canonizzata in piazza San Pietro il 1° ottobre dell’anno giubilare 2000. In questo manoscritto sono racchiuse le brutture a cui fu sottoposta Bakhita nei suoi tragici anni di schiavitù, la sua riacquistata libertà e infine la conversione al cattolicesimo.

Nata da genitori della tribù Daju nel 1869 ad Olgossa, piccolo villaggio a circa 20 Km ad est dell’odierna città di Nyala, nella regione del Darfur in Sudan, venne rapita all’età di sette anni e fu venduta più volte, conoscendo patimenti e sofferenze, che la lasciarono senza identità alcuna. Furono i suoi rapitori a darle il nome di Bakhita, ovvero «Fortunata».

Leggiamo dalla sua autobiografia: «La mia famiglia abitava proprio nel centro dell’Africa… vicino al monte Agilerei… Vivevo pienamente felice… Avevo nove anni circa, quando un mattino…andai… a passeggio nei nostri campi… Ad un tratto [sbucano] da una siepe due brutti stranieri armati… Uno… estrae un grosso coltello dalla cintura, me lo punta sul fianco e con una voce imperiosa, “Se gridi, sei morta, avanti seguici!”».


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Venduta a mercanti di schiavi, iniziò per Bakhita un’esistenza di privazioni, di frustate e di passaggi di padrone in padrone. Poi venne tatuata con rito crudele e tribale: 114 tagli di coltello lungo il corpo: «Mi pareva di morire ad ogni momento… Immersa in un lago di sangue, fui portata sul giaciglio, ove per più ore non seppi nulla di me… Per più di un mese [distesa] sulla stuoia… senza una pezzuola con cui asciugare l’acqua che continuamente usciva dalle piaghe semiaperte per il sale».

Giunge finalmente la quinta ed ultima compra-vendita della giovane schiava sudanese. La acquista un agente consolare italiano, Callisto Legnami. Dieci anni di orrori e umiliazioni si chiudono. E, per la prima volta, Bakhita indossa un vestito.

«Fui davvero fortunata; perché il nuovo padrone era assai buono e prese a volermi bene tanto». Trascorrono più di due anni. L’incalzante rivoluzione mahdista fa decidere il funzionario italiano di lasciare Khartoum e tornare in patria. Allora «osai pregarlo di condurmi in Italia con sé». Bakhita raggiunge la sconosciuta penisola, dove il console la regalerà ad una coppia di amici di Mirano Veneto e per tre anni diventerà la bambinaia della loro figlia, Alice.


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Ed ecco l’incontro con Cristo. La mamma di Alice, Maria Turina Michieli, decide di mandare figlia e bambinaia in collegio, dovendo raggiungere l’Africa per un certo periodo di tempo. La giovane viene ospitata nel Catecumenato diretto dalle Suore Canossiane di Venezia nel 1888. «Circa nove mesi dopo, la signora Turina venne a reclamare i suoi diritti su di me. Io mi rifiutai di seguirla in Africa… Ella montò sulle furie». Nella questione intervennero il patriarca di Venezia Domenico Agostini e il procuratore del Re, il quale «mandò a dire che, essendo io in Italia, dove non si fa mercato di schiavi, restavo… libera».

Il 9 gennaio 1890 riceve dal Patriarca di Venezia il battesimo, la cresima e la comunione e le viene imposto il nome di Giuseppina, Margherita, Fortunata, che in arabo si traduce, appunto, Bakhita. Nel 1893 entra nel noviziato delle Canossiane. «Pronunciate i santi voti senza timori. Gesù vi vuole, Gesù vi ama. Voi amatelo e servitelo sempre così», le dirà il cardinale Giuseppe Sarto, nuovo Patriarca e futuro san Pio X. Nel 1896 pronuncia, con convinzione e ardore i voti religiosi, avviandosi ad un cammino di santità. Cuoca, sacrestana e portinaia saranno le sue umili mansioni.

Donna di preghiera e di misericordia, conquistò la gente di Schio, dove rimase per 45 anni. Veniva amabilmente chiamata «la suora di cioccolato» e i bambini, che mai avevano visto una persona dalla pelle nera (come d’altra parte anche i loro genitori e nonni), provavano simpaticamente a mangiarla…


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Ella catturava per la sua bontà, la sua gioia, la sua fede. Già in vita la consideravano «santa» e alla sua morte, sopraggiunta l’8 febbraio 1947 a causa di una polmonite, tutta la città veneta si vestì a lutto. Le ultime parole che Bakhita pronunciò prima di morire furono: «Me ne vado, adagio adagio, verso l’eternità… Me ne vado con due valigie: una, contiene i miei peccati, l’altra, ben più pesante, i meriti infiniti di Gesù Cristo».

Ella fu sempre grata al suo passato, lo stanno a dimostrare le sue stesse parole. Non si può non restare devotamente ammirati di fronte ad un’anima che lascia scritto: «Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani, perché, se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana e religiosa…».

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