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2 giugno 2019: beatificazione di 7 Vescovi martiri in Romania

Santi: ritratti di fede02 Giugno 2019
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Domenica 2 giugno 2019 Papa Francesco presenzia alla Messa per la beatificazione dei sette vescovi martiri della Chiesa greco-cattolica di Romania, periti sotto il regime comunista. La Messa è in rito bizantino, e il Papa pronuncia l’omelia e la formula di beatificazione proprio in Romania, nel Campo della Libertà a Blaj.

Parliamo dei martiri Vasile Aftenie (1899-1950), vescovo titolare di Ulpiana e vescovo ausiliare dell’Arcieparchia di Alba Iulia e Făgăraș; Valeriu Traian Frenţiu (1875-1952), vescovo di Oradea; Ioan Suciu (1907-1953), amministratore apostolico dell’Arcieparchia di Alba Iulia e Făgăraș; Tit Liviu Chinezu (1904-1955), vescovo ausiliare dell’Arcieparchia di Alba Iulia e Făgăraș; Ioan Bălan (1880-1959), vescovo di Lugoj; Alexandru Rosu (1884-1963), vescovo di Maramureș; Iuliu Hossu (1885-1970), vescovo di Cluj Gherla.

Dopo la sconfitta nella seconda Guerra mondiale, la Romania divenne uno Stato comunista nell’orbita del Patto di Varsavia: il 30 dicembre 1947 re Michele I fu costretto ad abdicare dal Primo ministro Petru Groza. L’anno successivo venne ufficialmente abolita la monarchia e varata la Costituzione della Repubblica Popolare Romena, per giungere al 1965, quando fu varata la nuova Costituzione della Repubblica Socialista di Romania. Dal dopoguerra fino al 1989 in Romania si è consumata, ad opera del Governo comunista, una delle più spietate e sanguinose persecuzioni anticattoliche di tutto il Novecento.

La violenza che qui si perpetrò è stata in parte documentata dalle ricerche di Cesare Alzati e Giuliano Caroli, alle quali si affiancano le impressionanti memorie del vescovo Ioan Ploscaru (Catene e terrore, Edb 2013), sopravvissuto a 15 anni di detenzione e di feroci torture.

Il regime comunista romeno, guidato dall’Unione Sovietica, annientò con il terrorismo le due anime del Cattolicesimo locale: quella latina e quella di rito orientale, greco-cattolica, che nel 1948 contava 6 diocesi e oltre un milione e mezzo di fedeli. La Chiesa romena, privata dei beni e delle chiese, analogamente a ciò che era accaduto in Ucraina: i vescovi, dapprima incarcerati, subirono il martirio a motivo della loro fedeltà alla Chiesa di Roma. Nel 1948 la Chiesa greco-cattolica viene soppressa con un decreto legge.

Furono i sette vescovi, oggi beatificati, a non accettare di rompere con Roma e categoricamente rifiutano l’abolizione del culto cattolico in Romania. Ed è proprio qui che inizia la loro passione e il loro martirio. Ci furono tre tempi di persecuzione per questi degnissimi Pastori della Fede: il primo fu il tentativo di persuasione; il secondo l’arresto; infine l’eliminazione di tutti e sette.

Tre di questi vescovi morirono in un lager e il più giovane, Ioan Suciu, aveva 46 anni. «La nostra fede è la nostra vita» era il loro motto: essi non hanno violato la Chiesa e non hanno violato la loro coscienza. Uno di loro, monsignor Iuliu Hossu, venne creato cardinale in pectore. Il processo per la sua beatificazione ebbe inizio il 28 gennaio 1997 con la dichiarazione di nihil obstat alla causa. Al termine del processo eparchiale, furono inviati i documenti alla Congregazione delle cause dei santi a Roma, che convalidò il processo il 18 febbraio 2011. Nell’aprile del 2018 la positio venne consegnata alla stessa Congregazione.

Iuliu Hossu nacque il 30 gennaio 1885, nel villaggio di Milas Grande. Al Pontificio ateneo de Propaganda Fide di Roma conseguì il dottorato in Filosofia nel 1906 e nel 1910 quello in teologia. Il 27 marzo 1910 fu ordinato sacerdote per l’arcieparchia di Făgăraș e Alba Iulia da suo zio Vasile Hossu, eparca di Lugoj.

Dal 1911 al 1914 fu protocollista, archivista, bibliotecario e, più tardi, vicario e segretario di monsignor Vasile Hossu. Nel 1914, quando ebbe inizio la prima guerra mondiale, ai vescovi della Chiesa greco-cattolica rumena venne chiesto dalle autorità di giurare fedeltà all’Impero austro-ungarico per evitare che fossero considerati influenzati dalle ideologie panslaviste, un movimento culturale del XIX secolo, che si rifaceva agli ideali liberali e nazionali diffusi negli ambienti colti slavi in seguito al romanticismo ed alle guerre napoleoniche. Il movimento mirava all’unione di un unico Stato nazionale slavo.

Nel mese di agosto del 1914, nella città di Lugoj, cominciò a organizzare degli aiuti per le famiglie dei soldati dispiegati nell’erigenda 7ª armata austro-ungarica. Da allora fino al 1917, Hossu prestò servizio come cappellano dei soldati rumeni nelle forze armate austro-ungariche. La morte del cugino sul fronte di guerra serbo lo spinse ad arruolarsi come cappellano: partì, con il grado di luogotenente, da Timișoara nel dicembre del 1914 in direzione di Vienna, insieme al 64º reggimento di fanteria.

Nella capitale austriaca diede l’assistenza spirituale sia ai funzionari di sicurezza che sorvegliavano il castello di Schönbrunn, sia ai guardiani dei campi di prigionia. L’imperatore Carlo I d’Austria, beatificato da Giovanni Paolo II il 3 ottobre 2004, suggerì, il 3 marzo 1917, a papa Benedetto XV, di nominarlo eparca di Gherla, Armenopoli, Szamos-Ujvár dei Romeni. Titolo che arrivò, poche settimane dopo, il 21 aprile.

Ricevette l’ordinazione episcopale il 4 dicembre successivo dall’arcieparca metropolita di Făgăraș e Alba Iulia Victor Mihaly de Apșa, co-consacranti l’eparca di Gran Varadino dei Rumeni Demetriu Radu e quello di Lugoj Valeriu Traian Frențiu.

Il 1º dicembre 1918 ebbe l’incarico da parte del Gran consiglio nazionale rumeno di leggere alle folle riunite nella Grande assemblea nazionale ad Alba Iulia la proclamazione dell’unione della Transilvania con il Regno di Romania. Il vescovo Hossu fu nominato anche senatore del Regno, titolo che gli permise di difendere la sovranità e l’integrità del Paese contro il revisionismo dei confini di quel tempo.

Membro onorario dell’Accademia rumena, il 5 giugno 1930 assunse il titolo di eparca di Cluj-Gherla, poiché la sede dell’eparchia venne trasferita da Gherla a Cluj-Napoca. Nel vecchio palazzo episcopale, a Gherla, monsignor Hossu aprì una scuola per insegnati greco-cattolici, poi cancellata dalle autorità comuniste.

La residenza episcopale venne trasferita a Cluj e volle che nella cattedrale della Trasfigurazione del Signore a Cluj-Napoca fosse dotata di un’iconostasi (ovvero una parete decorata da icone che separa il naos dal presbiterio, lo spazio dedicato ai fedeli da quello riservato alla liturgia).

Dal 19 luglio 1930 al 31 gennaio 1931 fu amministratore apostolico di Maramureș. Il 16 settembre 1936 papa Pio XI lo nominò assistente al Soglio Pontificio. Dal 29 agosto 1941 al 1947 fu amministratore apostolico di Gran Varadino dei Romeni in quanto l’ordinario, monsignor Valeriu Traian Frențiu, era stato chiamato a ricoprire l’ufficio di amministratore apostolico di Făgăraș e Alba Iulia. Nel 1948 il nuovo regime comunista mise fuori legge la Chiesa greco-cattolica rumena. Gli venne chiesto perciò insistentemente di passare dalla Chiesa cattolica a quella ortodossa, ma egli rifiutò.

Il 1º ottobre 1948 Hossu emise un decreto di scomunica rivolto ai partecipanti all’assemblea di Cluj-Napoca dei 36 preti cattolici greci che avrebbero deciso di rompere l’unione della Chiesa greco-cattolica rumena con la Santa Sede. Il 28 ottobre 1948 venne arrestato nel carcere di Jilava e poi nella villa patriarcale di Dragoslavele, trasformata in luogo di prigionia per il clero greco-cattolico. Sia le autorità comuniste che quelle della Chiesa ortodossa rumena, in particolare nella persona del patriarca Justinian Marina, gli offrirono la carica di Metropolita ortodosso della Moldavia in cambio della sua abiura alla Chiesa di Roma.

Ma anche questa volta manifestò apertamente il suo diniego. Fu allora trasferito al monastero Căldărușani a Gruiu, vicino a Bucarest, e nel 1950 al penitenziario di Sighetu Marmației. Nel 1955 fu portato a Curtea de Argeş, per poi passare nel 1956 al monastero di Ciorogârla, dove fu visitato più volte dai pastori ortodossi. Poi venne trasferito nuovamente nel monastero Căldărușani a Gruiu e qui rimase prigioniero fino alla fine dei suoi giorni.

Il 22 febbraio 1969 Paolo VI ricevette in udienza privata monsignor Hieronymus Menges, il quale presentò al Pontefice la gravissima persecuzione comunista ai danni dei pastori e dei fedeli cattolici rumeni e, nel farlo, gli chiese di fare qualche cosa per incoraggiare quelle anime.

Il Papa chiese al prelato suggerimenti ed egli lo invitò a creare cardinali sia monsignor Áron Márton (1896-1980) che monsignor Hossu e di concedere a diversi sacerdoti il titolo di monsignore. Tuttavia Paolo VI, seguendo i canoni dell’Ostpolitik vaticana, fece intervenire l’allora arcivescovo Agostino Casaroli nella questione per verificare se l’intenzione sarebbe stata accolta dal Governo rumeno. Un atto di sottomissione dell’erede di san Pietro alla tirannia comunista. Il Ministro della cultura, interpellato, negò categoricamente l’assenso per monsignor Hossu, così facendo Monsignor Márton rifiutò la berretta cardinalizia per stima e deferenza nei confronti del confratello.

Paolo VI, a questo punto, nominò monsignor Hossu cardinale in pectore, senza mai conferire la porpora a monsignor Márton (del quale è aperta la causa di canonizzazione, iniziata il 17 novembre 1992). Nel concistoro del 5 marzo 1973, il Pontefice rese pubblica la creazione a Cardinale del martire bianco.

Il principe della Chiesa Iuliu Hossu rese l’anima a Dio nell’ospedale Colentina di Bucarest alle 09:00 del 28 maggio 1970, con l’assistenza spirituale del vescovo Alexandru Todea (1912-2002, creato cardinale da Giovanni Paolo II nel 1991). Le sue ultime parole furono: «La mia lotta finisce, la tua continua».

Venne sepolto in una tomba provvisoria nel cimitero di Bellu, a Bucarest, dove rimase fino al 7 dicembre 1982, quando le sue spoglie furono esumate e trasferite in una nuova tomba, nello stesso cimitero. Proprio lui, che visse, soffrì e lottò per la Chiesa di Cristo, ora attende di riposare in una degna chiesa.

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