< Torna alla categoria

La morte nella Chiesa

Religione31 Gennaio 2018
Radio Roma Libera - La morte nella Chiesa
Testo dell'audio

Quella particolare e salutare catechesi sulle realtà ultime (in greco «eskatà», in latino «novissimi»), che attendono ogni uomo, credente o non credente, vale a dire in primis la Morte, il Giudizio, l’Inferno per gli impenitenti e il Paradiso per i giusti, sembra essere scomparsa dall’orizzonte pastorale attuale.

La prospettiva dell’eternità, che è il fine proprio e specifico della vita cristiana, sembra essere stata oscurata da una catechesi, che si risolve nell’autorealizzazione dell’uomo nella vita presente. Quella attuale è una “escatologia senza escatologia”. La catechesi permane su di un livello immanente, puramente terrestre. Per lo più ci si limita ad una lettura introspettiva, esistenzialista, dunque immanentistica della dottrina del Figlio di Dio, destinata a risolversi nell’hic et nunc.

Nell’odierna (de)formazione teologica si assiste ad una radicale incapacità di esercitare la ragione nella modalità che è propria alla nostra natura umana ossia la modalità «metafisica». Mai nella Chiesa si era assistito ad una vera e propria “paralisi intellettuale” come quella che affligge l’epoca attuale; una paralisi che impedisce di risalire ai fondamenti immutabili dell’essere e del divenire, della natura e della grazia, della ragione e della fede.

Il fenomeno culturale di massa a cui assistiamo è, come lo definì acutamente Marcel De Corte, nient’altro che «la morte della ragione».

Dall’essere al non-essere

Ma se l’uomo non è più in grado di dire nulla di certo, di vero e di definitivo sulla vita, cioè sull’essere, come potrà affrontare il mistero oscuro e incombente della morte, cioè del non-essere?

Non sarà questo proprio il segnale che siamo entrati in nuova fase della storia dell’umanità, segnata dall’autodemolizione sistematica di qualsiasi cosa sappia di verità per sé immutabile e irreformabile, sia essa di ordine naturale o soprannaturale? Allora dovremmo ammettere che l’odierna dis-società post-cristiana non è destinata ad altro che all’instaurazione del regno del non-essere ovvero della morte o più propriamente del male.

Tuttavia la morte può e deve essere considerata sotto diversi aspetti: scientifico-biologico, psicologico-morale, filosofico-razionale e religioso-spirituale. In questa sede ci occuperemo di quello filosofico e religioso.

Si legge nell’Enciclopedia del Cristianesimo di mons. Romanini: «Secondo la filosofia perenne, poiché il principio della vita vegetativa e sensitiva è materiale e quindi corruttibile, la morte è un fenomeno materiale e con la corruzione del corpo segue anche quella del principio vitale».

Questo è ciò che accade nelle piante e negli animali ossia in tutti gli esseri viventi irrazionali, i quali sono dotati di anima e per questo si dicono “animati”, ma anche di un’anima mortale, poiché essi esauriscono la loro ragion d’essere in questo mondo. «“Ma nell’uomo, essendo il principio vitale immateriale e quindi per sé immortale, la morte non può essere che separazione dell’anima dal corpo con la conseguente corruzione di questo, mentre l’anima continua a vivere immortale. Questa conclusione della sana filosofia viene mirabilmente confermata dalla Rivelazione e dalla teologia, la quale fissa i seguenti punti:

  1. La morte è legge per tutti gli uomini, dalla quale neppur Gesù Cristo ha voluto essere esente;
  2. Dio, elevando l’uomo all’ordine soprannaturale, l’aveva arricchito anche di doni preternaturali, tra i quali l’immortalità nello stato di natura integra;
  3. Ma col peccato originale l’uomo ha perduto anche questo dono, quindi la morte attualmente può e deve dirsi conseguenza del peccato (Rm 5,12);
  4. La morte è il termine della vita terrena e il tempo utile per meritare;
  5. Subito dopo la morte segue il giudizio particolare di ogni anima, con sentenza d’immediata esecuzione e irrevocabile;
  6. Seguirà alla fine del mondo la risurrezione dei corpi».

La morte, via verso il Padre

Da questa sintesi circa la morte dell’uomo possiamo ricavare due conseguenze etico-religiose di utilità pratica:

  1. La morte e la sofferenza ad essa connessa, insieme a tutte le sofferenze fisiche e morali della vita presente, sono anzitutto un castigo per il peccato di Adamo, pertanto richiedono da parte nostra la loro umile accettazione in quanto giusta pena che ogni uomo merita per la solidarietà con il suo capostipite;
  2. La morte non è solo un castigo, ma, dopo la Passione e Morte del Figlio di Dio, è divenuta la via unica e imprescindibile attraverso la quale ogni uomo può andare incontro all’Eterno Padre. Nostro Signore Gesù Cristo, che è Dio, non è venuto infatti ad eliminare la sofferenza e la morte, ma è venuto a santificare l’una e l’altra, conferendo loro un fine ultramondano soprannaturale, che apre all’uomo la prospettiva dell’eternità.

A tal proposito San Tommaso insegna nel De rationibus fidei che Cristo «sostenne la morte per impedire che il timore di essa facesse abbandonare a qualcuno la verità. E perché nessuno avesse paura di incorrere in una morte spregevole a causa della verità, scelse il più orribile genere di morte, cioè la morte in croce. Così dunque fu conveniente che il Figlio di Dio fatto uomo patisse la morte, per indurre col suo esempio gli uomini alla pratica della virtù, di modo che risulti vero ciò che Pietro dice: “Cristo ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio affinché ne seguiate le orme” (I Pt 2,21)».

Solo con questo sguardo che si eleva al di sopra del non senso del dolore e della morte è possibile per l’uomo affrontare e sostenere l’esistenza da “vero uomo” ossia nell’eroismo della virtù. A ragione perciò il Cardinal Stefan Wyszynski (1901-1981) ebbe a dire: «Chi non ha un buon motivo per morire, non ha nemmeno un buon motivo per cui vivere».

È l’idea di morte infatti a determinare l’atteggiamento dell’uomo dinanzi alla vita e alla propria esistenza, per cui al non senso della sofferenza e della morte corrisponderà il non senso della gioia e della vita. Questa ad esempio è la conclusione disperata a cui deve giungere l’esistenzialismo ateo di Jean Paul Sartre (1905-1980). Egli stesso lo afferma in L’essere e il nulla quando scrive: «La morte non è mai quello che dà il suo senso alla vita; è invece ciò che le toglie ogni significato. Se dobbiamo morire, la nostra vita non ha senso, perché i suoi problemi non ottengono alcuna soluzione e perché il significato stesso dei problemi resta indeterminato».

Annunciare il Regno di Dio

Soltanto quando la Chiesa, scossa dal torpore in cui sembra essere piombata, rivendicherà a sé il compito profetico di annunciare la venuta del Regno di Dio (soprattutto attraverso la catechesi dei Novissimi), il mondo potrà avere un’altra chance di salvezza. Al contrario essa andrà incontro alla propria “morte cerebrale”, operando non più da katéchon ma quasi piuttosto da portabandiera del non-senso del vivere e del morire, incapace di illuminare il mistero della morte.

In definitiva, solo la morte del Figlio di Dio ha restituito all’uomo la speranza e solo nella Sua morte egli può trovare la soluzione all’enigma della propria morte.

In questa opera santa i laici hanno un ruolo importantissimo, pertanto noi tutti possiamo e dobbiamo moltiplicare gli sforzi, affinché la morte con la sua “liturgia”, i suoi riti e la sua angoscia sia riguadagnata a Cristo.