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Il miracolo di Bolsena e la festa del Corpus Domini

Religione18 Ottobre 2018
Testo dell'audio

Alla fine del XII secolo e per tutto il XIII secolo si ebbero tanti miracoli eucaristici. Era una risposta della Provvidenza alla nascita di alcuni errori che mettevano in discussione la presenza reale di Cristo nelle Sacre Specie. La Provvidenza voleva una festa speciale per l’Eucaristia, voleva il Corpus Domini.

Il Cielo si servì di un’umile suora, la beata Giuliana di Liegi, del monastero di Mont-Cornillon. Dal 1208 la religiosa veniva beneficiata di alcune visioni in cui il Signore le chiedeva di impegnarsi affinché la Chiesa istituisse una festa in onore dell’Eucaristia.

Grazie alla collaborazione di alcuni teologi, tra cui quella di Giacomo Pantaleone arcidiacono di La Campine, la suora riuscì a convincere Roberto di Torote, vescovo di Liegi. Questi, nel sinodo del 1248, decise di istituire nella sua diocesi una festa in onore del Ss.mo Sacramento.

La festa venne celebrata per la prima volta il 5 giugno del 1249, il giovedì seguente la celebrazione della Santissima Trinità. La festa, però, fu avversata e non ebbe vita lunga. Suor Giuliana morì nel 1258, dopo esser stata derisa e costretta a fuggire dal suo convento di origine.


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Ma i tempi di Dio non sono i tempi degli uomini. Nel conclave del 1261, tenutosi a Viterbo, venne eletto papa proprio Giacomo Pantaleone, che prese il nome di Urbano IV. Egli l’11 agosto del 1264, con la bolla Transiturus, promulgata a Orvieto, istituì definitivamente la festa del Corpus Domini.

Ciò che aveva convinto Urbano IV non era solo la sua amicizia con la beata suor Giuliana di Liegi, ma anche uno strepitoso miracolo eucaristico accaduto a Bolsena nel 1263, cioè un anno prima dell’istituzione della festa del Corpus Domini. Vediamo cosa accadde.

Nel 1263 un sacerdote forestiero, Pietro di Praga, ritornava da Roma dopo un pellegrinaggio. Decise di fermarsi a Bolsena per celebrare una Messa sulla tomba di Santa Cristina. Egli, ch’era tormentato da dubbi sulla presenza reale, vide, durante la frazione, trasformarsi l’ostia in un pezzo di carne viva da cui cadevano gocce di sangue che macchiavano il corporale ma non le sue mani. Il sacerdote, sconvolto, confessò il suo dubbio e ottenne il perdono della sua colpa.


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In quel periodo, il Papa Urbano IV risiedeva a Orvieto. Subito gli giunse la notizia e si racconta che fu proprio lo stesso sacerdote testimone del miracolo ad andare da lui. Il Pontefice mandò a Bolsena il vescovo Jacques Maltraga, accompagnato da alcuni eminenti teologi, fra cui – si dice – anche san Tommaso d’Aquino e san Bonaventura da Bagnoregio. Il vescovo Maltraga prelevò il corporale macchiato di sangue e lo portò in processione sino a Orvieto in mezzo all’emozione generale.

Urbano IV, tuttavia, volle rispettare il decreto emanato nel 1215, durante il Concilio Laterano, da parte di Papa Innocenzo III. Tale decreto ordinava che tutte le reliquie riguardanti miracoli eucaristici fossero conservate in luogo segreto. Così l’ostia del prodigio, come pure il corporale e i lini macchiati di sangue furono chiusi in una ricca custodia in un luogo nascosto. Ma ciò non impedì l’accrescersi della devozione dei fedeli verso il Miracolo.

Le reliquie sono state esaminate e studiate nel 1949 da diversi studiosi. Tutte risalgono al tempo del miracolo. Inoltre a Bolsena si conservano anche le pietre sulle quali caddero le gocce di sangue.


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Durante l’Anno Santo del 1950, Pio XII volle venerare il prezioso corporale macchiato di 83 gocce di sangue. Questo fu portato a Roma, esposto solennemente in San Pietro e portato nella processione del Corpus Domini.

L’11 agosto del 1964, Paolo VI, in occasione del settimo centenario dell’istituzione della festività, si recò a Orvieto per venerare la famosa reliquia. L’8 agosto del 1976, allo scopo di unirsi al Congresso Eucaristico Internazionale di Filadelfia, lo stesso pontefice si recò in pellegrinaggio a Bolsena e conferì alla chiesa del miracolo il titolo di basilica. Di là, via satellite, si rivolse ai fedeli riuniti a Filadelfia dicendo:

«Il Signore vi dice: “Non temete nulla, io sono in mezzo a voi. Io sono qui, Egli afferma, perché qui c’è il mio Corpo! Questo è il calice del mio Sangue. Il mistero della sua presenza è dunque realizzato e celebrato: il mistero della sua presenza sacramentale, ma reale e vivente. Gesù, il maestro dell’umanità è là: egli vi chiama (…) Il Cristo si è fatto Pane vivente, si è moltiplicato nel Sacramento, allo scopo di essere accessibile a ogni essere umano che lo riceve degnamente e che gli apre la porta della fede e dell’amore».

Fu proprio una processione del Corpus Domini l’occasione per una celebre conversione. Nel giugno del 1667, a Livorno, passava la processione ed era presente uno scienziato protestante danese, Nicolò Stenone. Scienziato famoso in tutta Europa. Aveva scoperto il condotto che va dalla ghiandola parotide alla bocca, chiamato per l’appunto “dotto di Stenone”. Inoltre, era autore di numerosi studi di geologia e di cristallografia.

Ebbene, vedendo il Ss.mo Sacramento portato così solennemente tra l’adorazione del clero e del popolo, Stenone si commosse e pensò: «O quell’Ostia è un semplice pezzo di pane, e pazzi sono coloro che le fanno tanti ossequi; o quivi si contiene il vero Corpo di Cristo, e allora perché non l’onoro anch’io?». Quella processione aveva fatto sì che vi fosse un eretico in meno e un santo in più. Nicolò Stenone volle convertirsi al Cattolicesimo, diventare sacerdote per poi essere nominato vescovo. È stato beatificato da Giovanni Paolo II nel 1988.

 

Questo testo di Corrado Gnerre è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

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