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Sentinelle nel post-concilio. Dieci testimoni controcorrente

Recensioni librarie07 Maggio 2019
Testo dell'audio

Gli scrittori Eugenio Corti e Giovannino Guareschi, il teologo Romano Amerio, i sacerdoti san Pio da Pietralcina, padre Tomas Tyn, don Divo Barsotti, padre Cornelio Fabro e monsignor Brunero Gherardini, il cardinale Giuseppe Siri e monsignor Marcel Lefebvre sono le “sentinelle” per questi tempi di apostasia ecclesiastica tratteggiate da vari autori in questa breve indagine pubblicata dalle Edizioni Cantagalli.

«Il Concilio che inizia, sorge nella Chiesa come un giorno fulgente di luce splendissima»: con queste parole papa Giovanni XXIII apriva il Concilio Ecumenico Vaticano II l’11 ottobre 1962.

Purtroppo gli anni che seguirono furono meno splendenti di quel che ci si augurava – nonché segnati da forti spinte ideologiche – eppure l’esaltazione di un certo “spirito conciliare” ha caratterizzato la vita della Chiesa per quasi cinquant’anni, anzi, ancora perdura.

Il discorso di papa Benedetto XVI alla Curia romana del 22 dicembre 2005 ha aperto un dibattito molto importante proprio sul tema della cosiddetta ermeneutica del Concilio, un fatto rilevante soprattutto considerando che fino ad ora raramente si era andati oltre il tono celebrativo dell’evento.

C’è il rischio però che questo dibattito rimanga confinato a un ambito specialistico, mentre la natura delle derive pastorali e dottrinali è importante che possa essere conosciuta da tutti, viste le conseguenze sulla vita ecclesiale e della vita di fede.

Ecco perché si è pensato di svolgere una specie di inchiesta da cui far emergere il ruolo di alcune “sentinelle” che hanno rappresentato una voce fuori dal coro, personalità spesso controcorrente, etichettate con troppa facilità.

Un testimone autentico, per quanto scomodo, è pur sempre un esempio che merita l’attenzione e l’ascolto, una voce che tutti possono sentire – anche i “non esperti” – per capire un po’ meglio i fatti.

Tre laici (Eugenio Corti [1921-2014], Romano Amerio [1905-1997], Giovannino Guareschi [1908-1968]), cinque sacerdoti (san Pio da Pietrelcina [1887-1968], padre Tomas Tyn [1950-1990], don Divo Barsotti [1914-2006], padre Cornelio Fabro [1911-1995], mons. Brunero Gherardini [1925-2017]); un cardinale (l’arcivescovo Giuseppe Siri [1906-1989]), e un vescovo (mons. Marcel Lefebvre [1905-1991]), sono le “sentinelle” tratteggiate da vari autori in questa breve indagine pubblicata dalle Edizioni Cantagalli, intitolata appunto Sentinelle nel post-concilio. Dieci testimoni controcorrente (Cantagalli, Siena, 2011, p. 156).

Gli autori, Lorenzo Bertocchi e Francesco Agnoli, hanno sottolineato alcuni pensieri di queste personalità senza la pretesa di esaurirne il ritratto, ma solo per far emergere la loro voce rispetto a quelle derive che hanno caratterizzato un certo periodo di vita della Chiesa Cattolica e che ancora oggi purtroppo perdura.

Per far gustare un po’ il sapore dell’indagine condotta riportiamo alcuni brani che riguardano la figura di don Divo Barsotti, da molti considerato come un grande mistico del ‘900.

Nel 1988, in un’intervista concessa ad Antonio Socci, egli esprimeva in modo schietto il suo punto di vista:

«Forse il Concilio non ha sottolineato abbastanza la sostanziale estraneità della Chiesa al mondo».

Nel 1996, sulla rivista Rogate Ergo, ebbe a dire:

«Non possiamo accettare la riforma liturgica così come è stata introdotta (…) Non vuol dire proprio nulla la lingua volgare (…) Il problema non è di capire sul piano intellettuale, ma di compiere un incontro reale con Cristo. E non vedo nella Liturgia di oggi qualcosa che stimoli questo incontro».

In diversi punti i diari spirituali di don Divo testimoniano che il tema della “ricezione” del Concilio è stato per lui assai tormentato: nel 1967 era preoccupato per l’eccessiva lunghezza e il linguaggio dei documenti; nel 1979 lo infastidisce il continuo richiamarsi al Concilio per voler mutare ogni cosa; nel 1983 stigmatizza la visione troppo ottimistica della storia umana, nel 1985 si preoccupa per coloro che hanno preteso «che il “loro” Concilio potesse essere il nuovo fondamento di tutto».

Rispetto al dialogo interreligioso manifestò le sue perplessità in occasione dell’incontro di Assisi 1986 quando espresse direttamente a papa Giovanni Paolo II la preoccupazione che «si rischia di non far più differenza» e così «il popolo non può più rendersi conto di quello che è specifico del cristianesimo».

Nel 1970, quando fu chiamato a predicare gli esercizi a Paolo VI – citando i nomi coloro che “attuarono” il Concilio di Trento: Carlo Borromeo, Filippo Neri, Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Teresa d’Avila, Giovanni della Croce – affermò:

«Guai se rompiamo il legame che ci unisce alla Chiesa di sempre. Non posso riconoscere la Chiesa di oggi se questa non è la Chiesa del Concilio di Trento, se non è la Chiesa di Francesco e di Tommaso, di Bernardo e di Agostino. Io non so che farmene di una Chiesa che nasca oggi».

 

Questo testo è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

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