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Il Paese delle aquile

Cultura Cattolica13 Marzo 2018
Testo dell'audio

Shqipëri, la terra delle aquile. Così gli albanesi chiamano la loro Patria, che si estende nella penisola balcanica stretta fra le acque dell’Adriatico e le omonime Alpi, impervia e montuosa, poco conosciuta eppure custode di un passato che merita di essere raccontato. L’Albania, Paese a forte tradizione agricola, come testimonia il nome tosco-bizantino che significa, secondo il filosofo Sami Frashëri, «lavoro della terra», nasconde fra gli anfratti delle montagne solcate da valli arbustive borghi di rara bellezza e straordinaria storia, specchi d’acqua limpida ed un mosaico di dolci colline e verdeggianti pianure.

 

Profonde radici cristiane

L’Albania, Paese avvolto da un velo di mistero, conosciuto più attraverso le storie di emigrazione che tramite l’esperienza diretta, resta ai nostri occhi una terra di defezione salita alla ribalta delle cronache occidentali per le ormai passate vicende che hanno coinvolto da vicino l’Italia, a partire dallo sbarco a Bari dei ventimila albanesi usciti dal Paese sulla nave Vlora in concomitanza con il crollo della cortina di ferro. L’Albania, strano a dirsi, è un Paese dalle profonde radici cristiane: evangelizzato da San Paolo, come egli stesso sembra affermare nella Lettera ai Romani (15, 19), è un baluardo di fedeltà alla Chiesa cattolica e quasi crociato.

Le vicende storiche del piccolo lembo di terra, cresciuto come nazione prima di costituirsi in uno Stato sovrano, si intrecciano e rispecchiano in miniatura le sorti dell’Impero bizantino: entrata nell’orbita dell’Augusto d’Oriente dopo la spartizione del dominio romano nel 395, subì l’invasione degli Slavi, oggi base etnica dominante, e dei “cugini” bulgari che la contendettero ai basileis macedoni. Discendenti degli antichi Illiri, gli albanesi intrattennero intensi rapporti commerciali con i Veneziani e molte città divennero fiorenti colonie mercantili: Durazzo, esempio preminente, fu addirittura conquistata nel 1205 dalle truppe della Serenissima di ritorno dalla Quarta Crociata e si trasformò in un centro di cultura e costumi latini. Nel 1385 gli Ottomani dilagarono nella regione e ne sottomisero la parte meridionale, mentre a settentrione isolati principati mantennero eroicamente la propria indipendenza, e dunque le storiche tradizioni e la religione dei padri.

 

Scanderbeg

Il 2 marzo 1444, nella cattedrale di san Nicola ad Alessio il principe di Croia, Giorgio Castriota, che aveva guadagnato il soprannome di Scanderbeg durante la militanza nell’esercito turco, passò dalla parte della sua gente e promosse un grande incontro durante il quale fu scelto come capo della coalizione albanese contro la Sublime Porta: per quattro volte sconfisse sul campo il sultano Murad II, tanto che papa Eugenio IV pensò di bandire una seconda Crociata contro i Turchi che minacciavano da vicino Costantinopoli e di affidarne il comando proprio a Scanderbeg, le cui gesta facevano gioire l’Occidente cristiano ed impressionavano l’islam.

Le armate di Maometto II, successore di Murad, subirono nel 1452, nel 1453 e nel 1456 le stesse cocenti sconfitte toccate alle precedenti: per ricompensare e celebrare lo sforzo esemplare di difesa dei valori e della Fede cristiana compiuto dal futuro eroe nazionale d’Albania, Callisto III lo nominò Athleta Christi e Defensor Fidei, massimi onori per un Sovrano osservante.

La fama di Scanderbeg fu così grande che si narra come anche Pio II identificasse in lui il comandante ideale, sia per virtù morali che militari, del suo grandioso e sospirato progetto di Crociata, l’ultimo nella Storia della Chiesa, mai portata a termine per la prematura morte del papa umanista, spentosi ad Ancona mentre dalla finestra del suo palazzo guardava le navi della spedizione ancorate al porto.

La scomparsa di Castriota, nel 1468, segnò la fine della resistenza albanese, che si era opposta con veemenza al dominio ottomano nei Balcani, ed il dilagare degli islamici a scapito delle popolazioni locali e degli approdi commerciali stranieri: molti, pur di non rinunciare al proprio credo, furono costretti ad emigrare verso l’Italia meridionale, dove con il nome di arbëreshë fondarono numerosi centri abitati ancora esistenti, quali Lungro in Calabria e Piana degli Albanesi in Sicilia, e tutt’oggi mantengono inalterate tradizioni, lingua e rito bizantino.

 

La dominazione turca

Nei quattro secoli di dominazione turca, la maggioranza della popolazione fu costretta a seguire la via della diaspora o a convertirsi all’islam, pur continuando di nascosto nelle pratiche devozionali: nel corso delle generazioni, si perse tuttavia la fede cristiana originaria ed all’alba del XX secolo l’Albania si presentava come l’unico Paese musulmano nell’Europa cristiana.

Con il disgregarsi dell’impero di Istanbul, i Giovani Turchi fomentarono il dissidio anche fra gli albanesi, che videro l’opportunità di riconquistare la sospirata indipendenza: nel 1913 il Paese fu riconosciuto come autonomo dalla Conferenza degli Ambasciatori a Londra e la monarchia costituzionale instaurata da re Zog portò, pur con immancabili ombre, a risvegliare sempre più nei compatrioti i sentimenti nazionali. Appoggiandosi economicamente all’Italia di Mussolini, rese però de facto il Paese dipendente da Roma, che lo annetté nel 1939 ai domini di Vittorio Emanuele III. Terminata la Guerra, il governo provvisorio dei partigiani comunisti fece ricadere l’Albania nell’orbita dei Paesi del blocco sovietico e consegnò il popolo alla spietata dittatura di Enver Hoxha, durata fino alla rinascita nel 1990.

Oggi il Paese delle aquile, dopo aver pagato le disastrose conseguenze economiche e sociali del regime, ha visto la luce della ripresa e la democrazia, pur inesperta, ha aperto a Tirana le porte del mondo ed al mondo le potenzialità che l’Albania ancora riserva.

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