< Torna alla categoria

Madame Elisabeth

Cultura Cattolica03 Agosto 2018
Testo dell'audio

Non si è ancora conclusa la causa di beatificazione della principessa Élisabeth Philippine Marie Hélène di Francia. Benché, morta a trent’anni sul patibolo rivoluzionario, la sorella cadetta di Luigi XVI abbia riassunto, nella sua breve vita, tutte le virtù con dignità regale.

Ultima dei dodici figli del Delfino di Francia, Louis Ferdinand, unico sopravvissuto della prole di Luigi XV, e di Marie-Josèphe de Saxe, Madame Élisabeth nacque a Versailles il 3 maggio 1764. Rimasta orfana a 3 anni, venne affidata, assieme a sua sorella maggiore Madame Clotilde, alla governante degli Infanti di Francia, la contessa di Marsan.

Questa donna dura, che si proporrà quale propria missione quella di piegare il carattere «difficile» di Élisabeth, ricevette tale incarico per la sua ostilità alle idee dell’Illuminismo, da cui lei doveva preservare le due principesse. Benché Élisabeth avesse sofferto quest’assenza di tenerezza, fu riconoscente alla propria precettrice non solo di averle dato un’educazione di gran lunga superiore sul piano intellettuale ma anche una formazione religiosa ed un bagaglio filosofico infarcito di stoicismo cristiano.

 

Una fede incrollabile

Destinata in sposa solo a sovrani cattolici o a loro diretti eredi, non rimase per lei alcun potenziale pretendente. Chiamata a 17 anni, malgrado la sua bellezza, definitivamente al nubilato, la giovane vide in questo la volontà di Dio e decise di accoglierla, facendola propria ed affermando di preferire tale sorte ad un matrimonio politico sfortunato, che l’avrebbe per sempre allontanata dalla Francia.

Scelse di vivere appartata rispetto alla vita di Corte, soprattutto rispetto alla cerchia di Maria Antonietta, che a sua volta, per distrarre la giovane dalla pratica religiosa, fece avvicinare sua cognata da alcuni familiari, scelti appositamente tra i più scandalosi e tra i meno credenti. Ma Élisabeth, indifferente ai pessimi esempi, non lasciò mai che esercitassero alcuna influenza su di lei; anzi alcuni, toccati dalla sua testimonianza, addirittura si convertirono.

Quando suo fratello volle donarle l’abbazia di Remiremont, nel 1787, lei non aveva ancora sentito la chiamata di Dio. Ci teneva a conservare la propria indipendenza, in vista di una missione che non indovinava ancora, ma alla quale si stava predisponendo. Nel frattempo, si consacrò alla preghiera ed alle opere di carità.

 

Fiera controrivoluzionaria

Benché tenuta ai margini della Corte e nell’ignoranza delle questioni politiche, Élisabeth non fu sorpresa dal la Rivoluzione. Sentiva montare da tempo un’odio verso il Cattolicesimo, ereditato da Voltaire, che sarebbe dovuto esplodere; e sapeva che suo fratello sarebbe stato viceversa impreparato, intellettualmente e moralmente, per far fronte agli eventi.

A dispetto della diserzione dei privilegiati di regime, lei considerò un’onta mettersi al riparo ed abbandonare i luoghi, ove Dio l’aveva fatta nascere. Senza dubbio sperava di poter, nonostante tutto, influire sulle decisioni di Luigi XVI, anche su questioni religiose, e d’impedirgli di dare troppo credito ad un potere ostile più alla fede che al re.

Élisabeth fece, alla lunga, condividere da suo fratello la sua visione degli eventi ma non potendo sa lvare la sua corona, si sforzò allora di salvare almeno la sua anima, conducendolo verso una religiosità autentica e verso una concezione tradizionale, ch’egli aveva perduto.

Dopo l’esecuzione di Luigi XVI, Élisabeth rivolse le proprie attenzioni alla regina. Da molto tempo ostile alla cognata, benché non avesse esitato, dopo le terribili giornate rivoluzionarie, a farle da controfigura, col rischio d’essere uccisa al suo posto, Maria Antonietta perse poco a poco le sue prevenzioni durante la comune prigionia e si distaccò a sua volta dalle seduzioni filosofiche di gioventù, per tornare al Cattolicesimo.

La separazione dal piccolo Luigi XVII, ai primi di luglio del 1793, poi il trasferimento della regina alla Conciergerie, in agosto, lasciarono Élisabeth sola con sua nipote, Maria Teresa, cui fece da madre fino al 9 maggio 1794. In tale data, Élisabeth fu condotta al Tempio e deferita davanti al tribunale rivoluzionario, cui fu ordinato di pronunciare nei suoi confronti una sentenza di morte.

Madame Élisabeth venne giustiziata il 10 maggio, dopo un’“infornata” di 24 condannati, che lei si era sforzata di preparare il più possibile ad una morte cristiana. Dei testimoni affermarono che, nel momento in cui la sua testa cadde sotto la mannaia della ghigliottina, un profumo di rose si sparse sulla piazza della Rivoluzione.

Se, stricto sensu, la sua morte non costituisce un martirio, poiché lei perì più per ragioni politiche che in odio alla fede, la sua vita esemplare, la sua spiritualità, l’eroicità delle sue virtù dovrebbero, dopo tanto tempo, consentire un buon esito per la sua causa di beatificazione.

 

Questo testo di Anne Bernet è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. E’ possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

Da Facebook