< Torna alla categoria

L’abuso della pastorale

La trave e la pagliuzza25 Dicembre 2019
Testo dell'audio

Una delle parole che vanno per la maggiore nella Chiesa attuale è “pastorale”. Non c’è discorso in cui questa parola non sia impiegata, con un ruolo centrale, come se la pastorale fosse diventata il fondamento della vita della Chiesa e del suo insegnamento. Ma di per sé la pastorale è una prassi, e come tale non può essere posta al fondamento di nulla, non può spiegare nulla e non può sostenere nulla. In quanto prassi, ha bisogno di una dottrina che la fondi e la sostenga. I risultati del ribaltamento sono davanti a noi. Da decenni ormai la Chiesa cattolica insiste sui “come” senza spiegare i “perché”, si occupa degli strumenti dell’agire ma trascura presupposti e scopi finali.

Anni fa, quando mia moglie ed io eravamo un po’ più giovani, o un po’ meno vecchi, c’era un parroco che ci invitava agli “incontri per fidanzati” (si chiamavano ancora così), perché raccontassimo la nostra vita di fede, la nostra unione fedele e la nostra scelta di avere una famiglia numerosa. E ricordo molto bene che le coppie, in quel salone parrocchiale nel quale ci si radunava, non erano attirate dal “come” noi avessimo fatto a restare fedeli e ad avere sei figli, ma dal “perché”. In effetti, sono i motivi quelli che suscitano interesse.

Il predominio della visione pastorale è un frutto del Concilio Vaticano II. Fu Giovanni XXIII a volere un Concilio pastorale e non dogmatico, un Concilio destinato non a rivedere la dottrina, ma a proporla meglio, in modo più adeguato alle nuove esigenze. Il fatto è che in quel Concilio “pastorale” si insinuò la sfiducia nei confronti della dottrina, ritenuta non al passo con i tempi. Nella maggior parte dei casi si evitava di dirlo, ma l’esigenza del maquillage pastorale nasceva dal fatto che la Chiesa si sentiva arretrata, e così coloro che in realtà volevano modificare proprio la dottrina ebbero buon gioco a sfruttare l’occasione. La verità è che nel momento stesso in cui il Concilio si dichiarò “pastorale” introdusse una nota di sfiducia nei confronti della dottrina, perché in realtà nulla è più pastorale della dottrina stessa, nulla è più pastorale del dogma che guida e orienta le pecore. Ecco l’equivoco di partenza, dal quale sul piano teologico e dottrinale sono derivate molteplici deformazioni, se non vere e proprie eresie, e sul piano liturgico molteplici abusi.

In quel Concilio “pastorale” ci fu un altro equivoco. Riguarda l’invito di Giovanni XXIII di curare gli errori con la “medicina della misericordia”. Ora, questa medicina può essere usata, e di fatto la Chiesa da sempre la usa, nei confronti di tutte le persone che, pentite dei propri peccati, manifestino il serio intendimento di vivere secondo la legge divina e di non peccare più. Ma il problema è che, con il Concilio “pastorale” e non dogmatico, la Chiesa, per rendersi più amichevole, più giovane e simpatica, pensò di poter applicare quella ricetta, e di usare quella medicina, anche nei confronti delle idee e delle ideologie. Le quali non sanno che cosa sia il pentimento e il proposito di non peccare più! Il risultato fu che quelle idee e quelle ideologie furono, nei fatti, sdoganate dalla Chiesa, che le lasciò entrare anche all’interno dei propri ranghi. Fu così, sulla scorta di una presunta scelta “pastorale”, che relativismo, soggettivismo, modernismo, marxismo e comunismo fecero irruzione nella Chiesa conquistando seminari e cattedre universitarie. Fu così che dottrina e depositum fidei finirono sotto attacco. La scelta pastorale fu in realtà un equivoco pastorale, che oggi si perpetua. Perché non c’è nulla di più pastorale di una dottrina solida e insegnata in modo chiaro.

Sotto l’insegna “pastorale” il Concilio Vaticano II rifiutò di condannare e di prendere provvedimenti disciplinari. Nacque lì quell’atteggiamento che poi abbiamo visto sfociare nel “chi sono io per giudicare?” di Francesco, frase forse dal sen fuggita ma non per questo meno densa di valore programmatico. Una Chiesa che non condanna e non disciplina ovviamente piace moltissimo al mondo, che la esalta e la lusinga, ma non è Chiesa, perché non è né madre né maestra, ma è solo una compagna di strada che si limita a consolare in modo generico, senza esortare alla conversione e dunque senza offrire autentiche prospettive di salvezza.

Occorre poi aggiungere che un conto è la visione pastorale e un conto è il pastoralismo, che opera forzature a ogni livello e che si sposa molto bene, come vedremo, con il sinodalismo e il democraticismo. Anche questi “ismi” sono, in gran parte, frutti del Concilio Vaticano II e di una visione distorta della vita della Chiesa, mutuata dalla politica.

So bene che il Vaticano II non può essere considerato l’origine di tutti i problemi, ma certamente lì alcuni problemi esplosero e ciò che noi oggi viviamo è diretta conseguenza di quanto avvenne in quella stagione conciliare.

Una prima conseguenza che mi sembra evidente è l’idea, largamente diffusa, che non sia tanto importante insegnare le verità necessarie per la salvezza dell’anima, bensì aiutare il fedele a vivere la sua fede qui, in questo mondo. Falsa dicotomia, perché il modo migliore di vivere la fede in questo mondo consiste proprio nel farsi interpreti della verità.

La seconda conseguenza è che nell’insegnamento non c’è più un’ultima parola. Si avanza a seconda dei tempi e delle circostanze. In quanto prassi, la pastorale dipende dalla realtà in cui è attuata. Viene meno, così, l’idea di immutabilità. Tutto è contingente, perfino l’insegnamento della Chiesa. La dottrina, resa ancella della pastorale, diviene ad assetto variabile.

Terza conseguenza è che in primo piano non c’è più Dio, al quale rendere gloria attraverso il culto, ma c’è l’uomo, con le sue esigenze e i suoi nodi da sciogliere. Così la verità viene adattata di volta in volta, a seconda delle condizioni in cui vivono i destinatari dell’insegnamento. E gli adattamenti non di rado sfociano in vere e proprie deviazioni.

Quarta conseguenza è la tendenza a giustificare l’errore e a trovare attenuanti, cosicché la pastorale diviene in effetti una ricerca di pretesti per poter scusare la colpa. Se un insegnamento dogmatico si oppone all’errore, un insegnamento pastorale, almeno per come l’abbiamo conosciuto e lo stiamo conoscendo, assume l’errore e arriva quasi a giustificarlo in nome dell’umana “fragilità”.

Quinta conseguenza è che la dottrina non è più un corpus unitario, ma è come spezzettata, frantumata. Poiché dipende dalle circostanze, l’insegnamento perde il suo carattere di unitarietà. Si apre la strada all’idea del pluralismo: tante risposte diverse per tante domande diverse. Ed eccoci così nella morale del caso per caso, dominata dal relativismo.

Sesta conseguenza è la confusione, ben visibile nel nostro tempo. Venuta meno l’unitarietà della dottrina, si formano linee di interpretazione e ciascuno può scegliere quella che più gli aggrada. Così ciò che è valido in una diocesi può non essere affatto valido nella diocesi accanto. Ciò che insegna il parroco A può essere diverso da ciò che insegna il parroco B. Una mancanza di unità che, a sua volta, si traduce in una perdita di coerenza, e anche di prestigio, dell’autorità.

Come settima conseguenza vorrei citare il disprezzo della tradizione, vista come un insieme di cose vecchie e non come il tesoro da trasmettere in ogni epoca, al di là e al di sopra delle circostanze storiche.

Infine, e siamo all’ottava conseguenza, sottolineo il sostanziale disprezzo che i pastoralisti, nonostante tutta la tenerezza e tutta la comprensione manifestate a parole, nutrono nei confronti dei fedeli, da loro visti come creature che in realtà non hanno la possibilità di accedere alla verità assoluta e immutabile, ma possono soltanto essere accompagnati verso singole porzioni di verità, a seconda delle circostanze.

C’è insomma nella pastorale una forte componente deterministica, e non potrebbe essere altrimenti visto che, come abbiamo detto fin dall’inizio, stiamo parlando di una prassi.

Ma vorrei chiudere con un’altra annotazione. Riguarda quel ragionamento, che tanto spesso ascoltiamo dalla bocca dei “pastoralisti”, anche a livelli molto alti della gerarchia, e che consiste nel dire: poiché le verità fondamentali, certe e immutabili, sono note a tutti, è inutile insistervi; molto meglio occuparsi della pastorale. Ma questa è un’illusione colossale. Perché non è vero che le verità certe e immutabili sono note a tutti. Spesso anzi c’è grande ignoranza, e il pastoralismo non fa che accentuarla.

Contrappore pastorale e legge è un’operazione truffaldina. Perché non c’è misericordia più alta e concreta, e non c’è pastorale più efficace, di quella praticata da chi esorta a rispettare, senza se e senza ma, i comandamenti divini! I quali comandamenti non sono stati dati all’uomo come ideali verso i quali orientarsi nei limiti del possibile, ma come strade indicate per la nostra salvezza e dunque per il nostro sommo bene!

Il pastoralismo è figlio di un’ubriacatura ideologica non diversa, nella sostanza, da quella che ha colpito il pensiero filosofico, e non è un caso che certi risultati si vedano oggi, nel momento in cui alla guida della Chiesa troviamo la generazione di coloro che nel Sessantotto erano all’incirca trentenni.

La vittima numero uno dell’ubriacatura è il buon senso. Proprio così, il semplice, caro, vecchio buon senso, tradito da schiere di pseudo-pastori che, non avendo il coraggio di dire che non credono più negli insegnamenti di sempre, hanno incominciato a discettare di “realismo pastorale” e di fatto, anteponendo l’uomo a Dio, si sono messi a predicare non in vista della salvezza dell’anima, ma in vista del benessere psicofisico della persona, come se esistesse un dovere di Dio al perdono e un diritto della creatura a essere perdonata.

Come mi è capitato di sentire alla presentazione di quel bel libro di monsignor Nicola Bux che è Con i sacramenti non si scherza, la Chiesa ha tre vie per cambiare i cuori degli uomini: il magistero, la preghiera e i sacramenti (l’Eucarestia innanzitutto). Invece oggi la Chiesa mette al centro generici processi pastorali.

Da più di mezzo secolo la Chiesa non fa che escogitare “piani pastorali” sempre più sofisticati e particolareggiati. Ma con quale risultato? È sotto gli occhi di tutti: il “popolo” è più ateo e più agnostico, la gente non va in chiesa e preti e religiosi godono di minor prestigio e credibilità. Non basta tutto questo per rendersi conto che la via dei “processi pastorali” ha fallito?

Purtroppo la Chiesa cattolica, proprio come la burocrazia statale, è diventata un apparato il cui primo scopo, spesso, non è più quello di mettersi al servizio (dei fedeli nel caso della Chiesa, dei cittadini nel caso dello Stato), bensì quello di preservare se stesso. E tutto ciò si può tradurre con una sola parola: tradimento.

Da Facebook