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La cena in Emmaus a Monreale

Cultura Cattolica10 Maggio 2018
Testo dell'audio

 

Nel 1172 il re normanno di Sicilia, Guglielmo II, pose la prima pietra del Duomo di Monreale, un grandioso progetto concepito subito come chiesa abbaziale, ma anche come cattedrale regia, sede arcivescovile e mausoleo dinastico. Secondo una modalità tipica dei sovrani normanni, furono coinvolte nell’impresa maestranze lombarde, siciliane, arabe, francesi, ben diverse tra loro per cultura, ma ognuna eccellente nel proprio campo di specializzazione.

E così già nel 1189 l’intero edificio era pressocché compiuto, inclusi i mosaici, per i quali re Guglielmo volle i migliori maestri, fatti venire direttamente da Bisanzio. Ed è proprio questa forte presenza “estera” e orientale a spiegare come mai a Monreale i mosaici presentino soluzioni iconografiche spesso inusuali per la tradizione prettamente occidentale.

In linea generale il ciclo iconografico, che ricopre quasi interamente le pareti della basilica, raffigura la storia della Salvezza, dalla Genesi alla prima e seconda venuta del Salvatore, ma è nella zona attorno all’altare che le scene si fanno più esplicite, nell’indicare la verità tangibile di questa lettura della storia.

 

La parete nord del transetto

Fondamentale è la parete nord del transetto, che su più livelli ospita alcune tra le immagini più significative dell’intero ciclo cristologico. In quello superiore si presentano le fasi finali della morte e resurrezione del Signore: la Sua deposizione dalla croce, la Sua sepoltura, la discesa agli inferi e resurrezione. Il registro sottostante è interamente dedicato all’apparizione di Gesù lungo la via per Emmaus. Infine, nel registro inferiore chiudono il ciclo narrativo sulla prima venuta di Gesù l’apparizione a Pietro, l’Ascensione e la Pentecoste, preludendo alla sua gloriosa seconda venuta, che trova la sua massima manifestazione nel colossale Cristo Pantocrator dell’abside.

Ma l’elemento che più sorprende, in questa parete del transetto, è che a ciascuno di tutti gli episodi elencati viene dedicato un unico riquadro, mentre a quello di Emmaus è riservata l’intera fascia centrale della parete e si sviluppa addirittura su quattro diversi momenti narrativi.

Tale scelta è del tutto inusuale per il panorama artistico italiano, che al massimo dedicava al racconto di Emmaus tre soli momenti, il che non solo la rende un unicum nella storia dell’arte monumentale, ma ci fa capire anche quanto a Monreale questo soggetto dovesse rivestire un particolare significato.

 

Perché questa scelta

Sulla scorta del vangelo di Luca (24,13-35), l’unico a narrare l’episodio di Emmaus in tutti i suoi particolari, nella prima scena sono presentati i due discepoli di Cristo, identificati dalla tradizione come Cleopa e san Luca evangelista, che stanno procedendo in cammino verso Emmaus. Improvvisamente a loro si unisce Gesù risorto, che, come recita la scritta che accompagna la scena, chiede a loro il motivo dei loro discorsi e della loro tristezza. I due discepoli tuttavia non lo riconoscono, ma l’artista ha predisposto per lo spettatore tutti gli elementi che ne indicano la vera identità: Cristo ha il nimbo crociato e si muove con la stessa modalità in cui era emerso vittorioso dalla discesa agli inferi nella scena del registro superiore su questa stessa parete, perché è ormai risorto. Inoltre reca con Sé gli attributi del viandante ossia il bastone e la borsa, benché sulla borsa sia raffigurata una croce. Il suo corpo è ricoperto solo del manto azzurro, che nel simbolismo dei colori utilizzato nei mosaici di Monreale indica la natura umana del Signore, l’unica che per ora i due discepoli riescono a vedere di lui.

Nella scena successiva è il momento dello svelamento della vera identità del compagno di viaggio. I discepoli seduti al tavolo riconoscono il Risorto nell’atto dello spezzare il pane, come anche recita l’iscrizione (Cognoverunt eum in fractione panis). I loro occhi letteralmente si spalancano di fronte alla rivelazione, in totale aderenza alle parole del Vangelo: «Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero» (Lc 24,31). Cristo ora è vestito dei panni che lo avevano caratterizzato in tutte le scene a lui dedicate in vita: il chitone dorato, indice della sua natura divina, e il manto blu, relativo a quella umana. Perché se all’inizio i discepoli non riuscivano a vedere oltre il suo aspetto umano, nel momento dello spezzare del pane riconoscono finalmente la sua integrità umano-divina. Naturalmente il pane è quello eucaristico, a prefigurazione del Sacramento dell’Eucaristia, che si celebra realmente sull’altare del Duomo.

La terza scena, pur non avendo riscontri nella tradizione artistica monumentale su questo soggetto, in realtà è l’esatta traduzione visiva del testo e financo del drammatico ritmo narrativo, dell’episodio narrato nel vangelo di Luca citato nell’iscrizione di accompagnamento. I due riconoscono il Salvatore allo spezzare del pane, «ma lui sparì alla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?”» (Lc 24,31-32).

 

L’evidenza nell’assenza

In apparenza questa scena sembra un duplicato della precedente, con la sola differenza dell’assenza di Gesù. Ma le diversità sono più di una. Non solo Gesù non c’è più, ma lo spazio ove Egli sedeva è più largo, al fine di far pesare ancora di più il senso della Sua assenza. Sulla destra è stata inserita una porta nera vuota, segno che qualcuno ha appena lasciato la stanza. Diverso è anche l’atteggiamento dei discepoli, che meditano e discutono su quello che hanno visto, pronti anche loro ad alzarsi e andare a raccontare quanto hanno visto, come indica la posizione delle loro gambe.

Ma, a ben guardare, Gesù non ha lasciato un vuoto, perché la Sua assenza fisica è sostituita dall’evidenza del Pane Eucaristico al centro del tavolo, ad indicare con impressionante chiarezza comunicativa che l’eterna presenza del Salvatore si rinnova continuamente nel sacramento dell’Eucaristia ed è raro trovare un’immagine più efficace di questa nel dare forma a questo mistero.

A questo punto appare evidente la scelta meditata di chi ha progettato i contenuti dei mosaici di Monreale, volta ad inserire un episodio che, pur non facendo parte della tradizione iconografica usuale su questo soggetto, si rivela in realtà come il momento più importante, quello che proietta il passato del racconto nel presente della liturgia.

La storia si conclude con i due discepoli che fanno ritorno a Gerusalemme e raccontano ciò che hanno appena visto al folto gruppo degli apostoli ivi rimasti, proprio mentre, come indica l’iscrizione di accompagnamento, stavano discutendo sulla resurrezione del Salvatore. Pietro è tra loro, in primo piano, nell’accogliere la lieta notizia.

 

Questo testo di Sara Magister è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. E’ possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

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