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La macchina di Santa Rosa

Arte e Cultura13 Maggio 2019
Testo dell'audio

Duecento facchini vestiti di bianco, una torre di trenta metri, un popolo in festa all’interno di una città antichissima. Tutto questo è la Macchina di Santa Rosa.

Provate a pensare ad una città antica che, a un certo per rappresentarvi la magia e le sensazioni di una notte come quella che si ripete ogni anno il 3 settembre a Viterbo, dovreste avere una forza d’immaginazione fuori del comune. punto, spegne ogni luce, mentre nelle vie, nelle piazze, nelle stradine del centro storico decine di migliaia di persone attendono con un fremito solo l’evento che le ha radunate lì.

Provate ad immaginarvi una formazione di 200 uomini vestiti di bianco, con fascia rossa alla vita e bandana bianca sul capo, che sfila tra due ali di folla, cantando a una voce sola, forte e spiegata, il motivo di una marcia che tutta la gente ripete. Provate a rappresentarvi ciò che non avete mai visto: una torre illuminata, alta 30 metri e pesante 50 quintali, che avanza a passo cadenzato, portata da quegli uomini sulle loro spalle, in mezzo a vie larghe poco più di 4 metri, tanto che la base di quella torre luminosa sfiora i muri, le gronde, i tetti.

E voi siete parte di un’anima grande e forte, l’anima di un popolo. La gente ai balconi, gli “Evviva Santa Rosa!”, i volti in su, verso il cielo buio, e intorno a voi solo la luce sprigionata da quella singolare struttura che prende il nome di Macchina di Santa Rosa.

Una processione spettacolare come non ve ne sono altre

Non state assistendo ad una sagra, a un palio, a una delle tante manifestazioni folcloristiche: siete piuttosto in presenza di un rito, di un segno sacro, state partecipando alla processione più spettacolare che sia stata generata dall’anima dell’Italia cattolica. Tutto è molto composto, ordinato, armonico; tutto si svolge secondo un protocollo serio e rigoroso, che proviene da una tradizione secolare. Gli uomini vestiti di bianco vengono definiti “facchini”, perché anticamente era proprio dalla categoria sociale degli addetti ai lavori di facchinaggio che provenivano coloro che erano in grado di compiere una tale impresa.

Oggi essere “facchino di Santa Rosa” è un onore al quale ogni autentico viterbese, che abbia certe caratteristiche fisiche, aspira, tanto che il ricambio generazionale è sempre assicurato. Bene, questi «uomini forti» (come li definì Papa Giovanni Paolo II nella sua storica visita alla città di Viterbo) osano mettersi sotto la Macchina e, agli ordini di quello tra di loro che è stato eletto capo del trasporto, la alzano tutti insieme sulle loro spalle, per poi portarla lungo un percorso di 1200 metri, che in alcuni tratti e ripido e stretto. Ovviamente si concedono alcune soste (cinque in tutto) durante le quali la gente può ammirare in tutta la sua bellezza la grande torre luminosa, o “il campanile che cammina”.

Storia di un evento secolare

Per ritrovare le origini del trasporto della Macchina di S. Rosa, dobbiamo risalire al 4 settembre 1258. La santa è morta da soli sei anni ed è stata sepolta nella chiesa della sua parrocchia, Santa Maria in Poggio, oggi Santa Maria della Crocetta. A quel tempo è a Viterbo Papa Alessandro IV al quale, secondo la tradizione, per ben tre volte Rosa appare in sogno, chiedendogli che il proprio corpo venga traslato nel monastero delle clarisse di S. Damiano, oggi a lei intitolato.

E così, il 4 settembre, alla presenza del Papa e della sua corte, quattro cardinali trasportano solennemente a spalla il corpo, rivelatosi miracolosamente incorrotto, della giovane viterbese. È il sigillo ufficiale della Chiesa sulla sua santità.

L’anniversario della traslazione diviene allora un momento di solennità religiosa e l’inizio della devozione popolare. Sicuramente nei secoli successivi la memoria dell’evento fu perpetuata, come avviene un po’ ovunque, con processioni durante le quali veniva trasportato a spalla un baldacchino di legno. In alto c’era già una statua della santa. Ne abbiamo un bozzetto risalente all’anno 1690. Nei secoli successivi accade però qualcosa di peculiare: i viterbesi costruiscono baldacchini sempre più alti, e la “macchina” (termine che designava genericamente una costruzione lignea, usata per trasportare qualcosa o per certi effetti teatrali) comincia ad assomigliare ad una torre, o meglio, a un campanile luminoso, sempre rigorosamente portato a spalla. Aumentano i metri, aumenta il numero dei facchini, cambiano gli stili, a seconda del gusto delle epoche.

Nel 1823 la macchina raggiunge per la prima volta in altezza le mura della città. Cento anni dopo supera già i 18 metri d’altezza e sfiora le 5 tonnellate di peso. È illuminata a fiamma viva, con fiaccole e lumini. I trasporti non sono regolari: le cronache ci dicono che vi furono interruzioni, dovute a guerre, epidemie, attentati e anche a gravi incidenti che si verificarono nella storia a causa delle difficoltà incontrate lungo il percorso.

Ali di luce verso il Cielo

Dopo le interruzioni causate dalle due guerre mondiali la tradizione riprende. Ora si esperimentano nuovi materiali di costruzione (acciaio, alluminio, polistirolo espanso, fino all’attuale vetroresina) e alla fiamma viva comincia ad essere associata l’illuminazione con lampadine elettriche e addirittura con fari e gelatine colorate. Inoltre, a poco a poco, la macchina perde le guglie e le fattezze del campanile, per diventare una sorta di scultura luminosa che, come da bando comunale, si rinnova ogni cinque anni.

Il Comune di Viterbo nel 1986 (anno in cui la macchina stava per cadere sulla folla) ha anche fissata dei vincoli di sicurezza per la realizzazione dei nuovi modelli: altezza non superiore a 28 metri dalle spalle dei facchini e 5 tonnellate di peso. Parametri che sono propri dell’attuale macchina, battezzata dal suo ideatore, Raffaele Ascenzi, Ali di luce.

Ma il fascino della Macchina è tutto nel fatto che i facchini le danno vita, anima e cuore. Questo è anche il fascino della bella tradizione viterbese, che valorizza e onora la fatica, questa umile ancella della gioia, di solito disprezzata. E vertice di tutto è Santa Rosa, che con la sua statua luminosa in cima alla torre, lo sguardo rivolto al cielo, la croce in mano, è una viva presenza che indica la meta eterna di ogni uomo, e la strada per arrivarci. Tutti insieme.

 

Questo testo di Gianluca Zappa è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

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