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Fiaba, porta del Paradiso

Arte e Cultura15 Aprile 2019
Testo dell'audio

Molti pensano che la fiaba sia una cosa per bambini, o comunque un residuo dell’epoca in cui l’umanità non era ancora passata dallo stato di “minorità” all’età adulta. Ma il Vangelo ci ammonisce che, se non si conserva una certa innocenza fanciullesca, non si potrà entrare nel Regno dei Cieli. Già questo dovrebbe trattenerci dal liquidare quei favolosi racconti che hanno allietato la nostra infanzia.

L’autentica fiaba non è in realtà cosa riservata a bambini o a popoli immaturi. Dal punto di vista del contenuto, essa è una espressione della saggezza popolare; dal punto di vista della forma, è un veicolo di memoria sociale che trasmette tradizioni da una generazione all’altra; dal punto di vista pedagogico, è un modo per formare la personalità mediante l’esercizio della immaginazione, l’attenzione all’invisibile, l’apertura al meraviglioso e l’aspirazione al sublime.

Secondo la pregnante analisi inaugurata nel XIX secolo da Andrew Lang e poi sviluppata da John R. Tolkien nel suo saggio Sulle fiabe (1939) e da Cristina Campo nel suo saggio su Fiaba e mistero (1963), i racconti fiabeschi svolgono una triplice funzione: “ristorano”, liberano e consolano l’animo di chi le ascolta, sia egli bambino o adulto.

La fiaba “ristora”

La fiaba innanzitutto “ristora” l’animo, perché racconta vicende immaginarie ma non irrazionali, che inducono ad abbeverarsi alla fonte della saggezza, a ricuperare la memoria delle origini, a tornare alle radici, a restaurare un modello tradizionale di uomo e di società.

La letteratura fiabesca riporta alla luce aspetti e significati della vita che ordinariamente non vengono colti, in quanto sono stati coperti dal velo dell’ordinarietà e della prosaicità. Essa rievoca e ricupera significati e valori originari, dunque perenni e decisivi, illuminando le cose da una prospettiva superiore e scandagliandole nella loro profondità; il mondo spirituale e morale diventa qui più visibile e reale di quello fisico.

La fiaba suggerisce la soluzione dei misteri della realtà e degli enigmi della vita. Essa apre l’occhio e l’orecchio interiore dell’uomo usando il linguaggio dei simboli, che permettono di spiegare il mondo visibile con quello invisibile. Essa quindi aiuta a discernere la melodia celeste nel caotico rumore terreno, a trovare il filo d’oro nella confusa trama della storia, a cogliere lo straordinario sotto l’ordinario, la realtà sotto l’apparenza, l’ordine sotto il caos, il significato sotto l’incomprensibile, l’eterno sotto il passeggero, l’assoluto sotto il relativo, il sacro sotto il profano, il soprannaturale sotto il naturale. In questo modo, la fiaba introduce il bambino alla contemplazione, lo allena all’ “esercizio della trascendenza”, che consiste nel cogliere il senso misterioso delle cose sotto le loro apparenze banali o ingannatrici. La fiaba alimenta il senso del meraviglioso e lo educa ad esso: un senso, come diceva già Platone, è che è alle radici del conoscere e dell’agire, del formarsi e del maturare.

Insomma, la fiaba riscopre e ricorda il significato e il progetto originari della creazione, svelandone le vie nascoste e gli aspetti potenziali o dimenticati a causa del degrado sopravvenuto al peccato originale; in questo modo, essa mantiene viva la memoria e la nostalgia per l’Eden perduto e insegna la via per riconquistarlo.

La fiaba libera

Proprio in quanto abitua l’uomo a cogliere una realtà invisibile, sostanziale ed eterna, la fiaba lo libera dal dominio di ciò che è apparente, contingente, effimero; lo libera dalla tirannia del misurabile e del calcolabile, dall’opprimente meccanismo delle circostanze, dall’asfissiante dominio dei pregiudizi e delle convenzioni. Questa liberazione avviene quando l’uomo accetta il proprio destino e compie la propria missione. Ecco perché la fiaba esorta a lanciarsi nell’avventura della vita, puntando a raggiungere una destinazione lontana e a realizzare imprese difficili.

Essa spesso descrive un viaggio compiuto alla ricerca un tesoro: è una metafora della vita, che consiste appunto in un pellegrinaggio dalla terra al Cielo, alla ricerca della Patria definitiva da raggiungere. La fiaba ammonisce che l’uomo è un essere decaduto, in quanto è stato punito per aver peccato violando un comando misterioso e apparentemente incomprensibile (il peccato originale); ma poi essa esorta a ricuperare la nobiltà perduta riscattandosi con la lotta e il sacrificio.

Difatti l’eroe della fiaba deve vincere tentazioni, superare ostacoli ed evitare pericoli di ogni sorta; deve affrontare prove ardue, luoghi tenebrosi, nemici spaventosi. Ma li affronta con animo candidamente temerario, evangelicamente “semplice come colomba ma prudente come serpente”: colomba per accogliere gli aiuti celesti ma serpente per sfuggire alle insidie terrene. Votato a realizzare l’impossibile, l’eroe può farlo solo appoggiandosi ad un punto archimedico posto fuori dal mondo, rovesciando i luoghi comuni, rinunciando alle certezze e alle sicurezze terrene per puntare a quelle ultraterrene.

Nella fiaba infatti si vive di paradossi: partire per restare, rinunciare per ottenere, perdersi per ritrovarsi, dimenticare per ricordare, servire per comandare, indebolirsi, imbruttirsi e impoverirsi per ottenere forza, bellezza e ricchezza. Ma sono proprio questi paradossi che permettono di raggiungere lo scopo: gli ostacoli diventano ponti, le perdite conquiste, le maledizioni benedizioni, le sconfitte vittorie.

L’eroe fiabesco può esercitare poteri perduti che appartenevano alla sua condizione originaria d’innocenza, ossia nel Paradiso terrestre, o che acquisterà nella sua finale condizione gloriosa, ossia nel Paradiso celeste: i poteri di volare, passare attraverso i corpi, trasmutarli, rendersi invisibili, leggere nel pensiero, parlare con gli animali.

La fiaba consola

Proprio in quanto lo libera dalla tirannia del contingente per aprirlo all’assoluto, la fiaba consola l’uomo, ossia gli fornisce quegli aiuti che gli permettono di compiere la propria missione.

Nei racconti fiabeschi, il successo arride a chi, pur essendo apparentemente senza speranza, si affida all’insperabile, come esige san Paolo Apostolo. E l’insperabile accade davvero, sempre! Il viaggio dell’eroe viene orientato da incontri imprevisti e decisivi che segnano le tappe della missione da compiere. Nei momenti più critici, gli arrivano aiuti risolutori che rovesciano il fallimento in successo; ma sempre all’ultimo istante, quando tutto sembra perduto, per mettere alla prova la fiducia e per sottolineare che la vittoria è un dono gratuito. E non accade appunto questo, lungo l’intera storia della Chiesa?

Partito con la missione di cercare o salvare qualcosa di apparentemente insignificante, alla fine l’eroe si accorgerà di aver trovato o salvato un inestimabile tesoro; oppure, partito con l’obbligo di rinunciare a un apparente tesoro, alla fine si accorgerà che questo sacrificio gli ha permesso di trovare un immenso bene: come accade nella vita terrena rispetto a quella eterna. Alla fine, l’eroe ritroverà e riotterrà tutto ciò a cui aveva rinunciato, ed enormemente accresciuto, come premio per la sua costanza. “Chi avrà rinunciato alla propria vita, la troverà, mentre chi l’avrà conservata, la perderà”. La fiaba classica si conclude col “lieto fine” (“e vissero per sempre felici e contenti”): esso indica il premio paradisiaco, il raggiungimento dell’eternità beata, insomma la consolazione definitiva, quella che non verrà mai tolta.

Conclusione

La fiaba non spinge a fuggire dalla realtà, ma anzi richiama alla serietà della vita, che è missione da compiere a costo di un destino eterno e che esige scelta, lotta, rischio, sacrificio. La fiaba ammonisce che «tutte le nostre azioni ci seguono» (Paul Bourget), per cui i meriti verranno ricompensati, le colpe verranno punite, ma potranno anche essere perdonate se verranno espiate col pentimento e col dolore.

Non disprezziamo dunque le fiabe tradizionali: profondo è il loro valore morale e pedagogico. Il fatto che oggi esse stiano suscitando un rinnovato interesse, per quanto si tratti di un fenomeno ambiguo, rivela comunque che il senso del soprannaturale, l’apertura al meraviglioso e l’aspirazione al sublime sopravvivono nella coscienza delle masse. E questo è un segno di speranza, anzi un sintomo d’imminente guarigione.

 

Questo testo di  Guido Giorgini è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

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