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Andrea Mantegna: Cristo morto e tre dolenti

Arte e Cultura05 Agosto 2019
Testo dell'audio

Il 2 ottobre del 1506 il figlio di Mantegna, Ludovico, offriva in vendita al marchese Gonzaga un quadro di suo padre, raffigurante un “Cristo in scurto”, che era rimasto tra i beni di famiglia dopo la morte dell’artista. Non è ancora noto quando e per chi il Mantegna realizzò questo suo eccelso capolavoro, anche se, dopo accesi dibattiti, i critici si sono ormai orientati su una datazione attorno al 1475. Sono questi i tempi in cui l’artista stava affrescando la Camera degli Sposi nel palazzo ducale di Mantova, nella cui volta è il famoso “oculo”, un’apertura circolare dipinta che fece scalpore, perché nessuno prima di Mantegna aveva azzardato scorci così arditi e così capaci di dare la sensazione di uno spazio ben più esteso di quello reale, persino aperto sopra la testa dello spettatore.

La “pietra dell’unzione”

Per questo è stato ipotizzato che un’opera così prospetticamente ardita e complessa, come il Cristo in scorcio sopra la pietra tombale, sia stata commissionata da quello stesso marchese Ludovico Gonzaga che aveva voluto il giovane Andrea Mantegna alla sua corte a Mantova e che gli aveva chiesto di affrescare la Camera degli Sposi. Ma altri hanno avanzato un’ipotesi più affascinante: che sia stato lo stesso Mantegna a realizzarla per se stesso, per la sua cappella funeraria, come oggetto di meditazione sul mistero della morte dell’uomo attraverso quella del Figlio di Dio. Lo studio della tela dal vivo supporta l’ipotesi che essa sia stata progettata per una destinazione privata e da collocarsi su una parete laterale, dato che il punto di vista migliore per osservarla è quello diagonale sulla destra. Infatti, un dato è certo: l’opera ha il fine di indurre lo spettatore a meditare sul tema raffigurato e da un punto di vista estremamente ravvicinato.

Gesù è già stato deposto dalla croce e il suo corpo è ora adagiato sulla pietra tombale o meglio la “pietra dell’unzione”. Non si tratta, infatti, di un coperchio di sarcofago, ma di una lastra utile per l’unzione del corpo del defunto, proprio con quegli olii profumati contenuti nel vasetto posto accanto al suo capo, in ottemperanza alla ritualità ebraica. Quel vasetto tuttavia potrebbe anche aiutarci a identificare in Maria Maddalena una delle tre figure poste sulla sinistra, essendone il suo usuale attributo.

Le tre figure

La presenza di costei e delle altre due figure dolenti di Maria Vergine e san Giovanni Evangelista associa questo raro soggetto al tema del compianto sul Cristo Morto, ove l’accento è posto solitamente sull’espressione del dolore umano per una morte così ingiusta. Ma nel quadro del Mantegna, alla forte carica patetica ed espressionistica della bocca aperta di Maddalena, del volto contratto e attonito della Vergine, delle lacrime e delle mani intrecciate di san Giovanni, si contrappone, nell’altra parte della tela, un silenzio solenne e misurato, contenuto dal rigore delle forme e dall’essenzialità del colore, ridotto quasi al monocromo.

Ed è proprio in questo sottile ed elegantissimo equilibrio tra l’urlo dei moti dell’animo e il loro totale silenzio, tra la disarmante umanità e il rigoroso controllo formale, coloristico e compositivo, che si riconosce il segno indelebile dell’arte del Rinascimento e il genio di uno dei suoi più grandi protagonisti. Un equilibrio e un rigore che toccano anche il fulcro del messaggio dell’opera, volta a ricomporre ogni dolore umano nella coscienza di quanto Dio si sia avvicinato a noi, al punto da abbracciare la nostra stessa morte.

Percorso visivo e spirituale

Il realismo del corpo di Gesù è ancora oggi impressionante e lo doveva sembrare ancora di più in un’epoca in cui si era appena agli inizi di rese anatomiche così veritiere e tangibili.

Il Mantegna descrive sempre le sue figure per tramite di un rigoroso e spietato disegno, talmente netto e definito che più che dipinto pare inciso nel legno e che struttura il volume dei corpi, scava le forme fin nelle rughe più minute, ma che serve anche ad accompagnare l’occhio in un percorso chiaro, che è visivo e spirituale al contempo.

È il percorso che porta lo spettatore a entrare nel pieno del dolore degli astanti e dell’umanità del corpo irrigidito dal rigor mortis del Cristo deposto. Sulle sue membra sono ancora evidenti i segni della crocifissione appena avvenuta: le braccia sono leggermente flesse e le mani racchiuse su loro stesse per la lunga permanenza sulla croce, mentre il diverso grado di piegatura dei piedi allude al fatto che uno fosse inchiodato sull’altro. Il colore della pelle spicca freddo sui toni aranciati della pietra e sullo scuro dello sfondo e contrasta con quello roseo dei dolenti. Nel suo volto è ancora la memoria del dolore subito, segnata dai solchi al centro della fronte, ma le piaghe dei chiodi sono ormai asciutte e pulite dal sangue versato e sono esposte in primo piano, alla contemplazione dei dolenti che gli stanno accanto.

Lo spettatore protagonista

Tra questi dolenti vi è anche lo spettatore, che viene letteralmente obbligato a sentirsi parte attiva della scena da quei piedi che fuoriescono dal bordo della lastra di pietra, per infrangere il limite estremo del quadro ed entrare nel nostro spazio, nonché dalle veloci fughe prospettiche che trascinano i nostri occhi al centro del dramma.

Il punto di vista così ravvicinato fa tuttavia acquistare al corpo del Signore anche una grandiosità e una monumentalità inaspettate. Mantegna trasferisce in quest’uomo crocifisso la dignità e le perfette proporzioni delle statue antiche degli dei e degli eroi, calibrandole attentamente con l’ausilio di sottili deviazioni dalla rigorosa griglia di ortogonali prevista dalla prospettiva geometrica, pur di ottenere l’effetto di armonia desiderato.

Un’armonia nel dolore, una dignità nella morte e un contesto spazio-temporale, che superano il luogo contingente ove il fatto è avvenuto, per trasferirsi nel tempo presente dello spettatore, perché la stanza è un puro incastro di forme geometriche, perché il vasetto ha forma moderna e perché il volto di Gesù è già incorniciato da un alone di luce. Il coinvolgimento quindi è totale: nella morte di Cristo si rispecchia quella di ogni uomo e nel silenzio si riesce a sentire la presenza di Dio, che la riscatta.

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Questo testo di Sara Magister è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

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