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Eutanasia: cedere per non perdere?

Analisi e commenti19 Luglio 2019
Testo dell'audio

La sentenza di morte eseguita nei confronti del paraplegico francese Vincent Lambert, privato del sostegno vitale che gli permetteva di vivere, ha giustamente suscitato emozione in molti, cattolici e non cattolici.

Ma la reazione del mondo cattolico in Italia è stata del tutto inadeguata, soprattutto da parte delle autorità ecclesiastiche che hanno espresso un generico rammarico per l’accaduto, senza denunciare con forza le responsabilità morali di coloro che hanno voluto la morte di Lambert.

Questo atteggiamento rinunciatario si presenta nel dibattito in corso sull’eutanasia, alla vigilia di un importante appuntamento, in settembre. La Corte Costituzionale ha infatti invitato il Parlamento a legiferare entro il 24 settembre sul tema del suicidio.

Per questa data è prevista la nuova udienza della Corte sulla questione di costituzionalità dell’articolo 580 del Codice penale che punisce il reato di istigazione o aiuto al suicidio. Se non deciderà il Parlamento, si esprimerà la Corte,

La linea dei Vescovi italiani  è la stessa di quei laici cattolici, che si sono incontrati a Roma l’11 luglio per discutere sul tema titolo «Diritto” o “condanna” a morire per vite “inutili”?». Essi suggeriscono che il Parlamento faccia una legge che depenalizzi il più possibile il reato di istigazione al suicidio modificando le pene previste dall’art. 580 del codice penale

Questa però, avverte un serio bioeticista come Tommaso Scandroglio, “non è la strada giusta da percorrere. Bisogna invece impegnarsi per la conferma di tale articolo (il 580).e combattere una battaglia culturale a difesa della vita come valore assolutamente intangibile

L’Ordinanza della Corte Costituzionale è contraddittoria in se stessa in quanto da un lato riconosce il fondamento giuridico del divieto posto all’aiuto al suicidio, e questo è bene, ma dall’altro ne chiede una applicazione limitata per rispettare altri diritti soggettivi contemplati dalla Costituzione. La linea dei cattolici dovrebbe essere quella di non ammettere che i diritti soggettivi prevalgano sulla morale oggettiva. Essi al contrario devono rapportarsi ad essa. Non esiste in diritto a darsi la morte, né tantomeno quello di favorire chi vuole compiere questo atto. La depenalizzazione di questo atto, totale o parziale, esprime un atteggiamento di indulgenza che rimanda alla morale della situazione e che è inaccettabile.

La ragione di questo atteggiamento permissivo è che così ci si illude di evitare un male maggiore, che sarebbe quello di permettere che la Consulta si sostituisca al Parlamento per normare l’eutanasia. I cattolici in Italia continuano a credere che la strada del “cedere per non perdere” sia la migliore, quando l’esperienza conferma che ogni cedimento porta a una più grave sconfitta.

Non è realistico immaginare che il Parlamento possa emanare una legge entro il 24 settembre. E allora, visto che comunque sarà la Consulta ad esprimersi, tanto vale combattere una battaglia di princìpi. Il male almeno non si farà con il consenso o con la debolezza dei cattolici. Essi, come osserva Stefano Fontana direttore dell’Ossrvatorio Van Thuan, “potranno dire “non in mio nome” e l’intero mondo cattolico potrà dire “non in mio nome”.

Se, invece, essi indeboliranno la forza della loro proposta e parteciperanno alla revisione dell’attuale normativa in materia in ossequio alle richieste della Corte, saranno annoverati tra i “padri” della nuova legge, che tutti chiameranno quindi “cattolica”, come è già successo in passato. Ciò aumenterà di molto il danno, perché contribuirà a confondere le coscienze degli stessi fedeli cattolici sulla dottrina morale cattolica.”

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