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Capo Vaticano

Tesori d'Italia12 Settembre 2020
Testo dell'audio

Una delle zone calabre turisticamente più apprezzate è quella della “Costa degli Dei” (o “Costa Bella”, come la ribattezzò lo scrittore veneto Giuseppe Berto, che soggiornò da queste parti sul finire della propria vita): 800 chilometri di litorale, che delimitano il Corno di Calabria e congiungono Tropea a Capo Vaticano. A dispetto di quanto il nome possa suggerire, Capo Vaticano ha poco a che vedere con la sede papale o con il colle romano.

L’unico parallelo, che è possibile ipotizzare, si colloca su un piano etimologico, in riferimento, in particolare, al latino vaticinium, che significa “oracolo, responso”: pare che fra le rupi del Capo abitasse una profetessa, Manto, cui si rivolgevano i navigatori diretti a sud, prima di imboccare lo Stretto di Messina, dominato dai mostri Scilla e Cariddi, e quelli diretti a nord, per chiedere indicazioni in merito ai popoli che avrebbero incontrato nel corso del proprio viaggio. È in sua memoria che, di fronte a quella che doveva essere la sua grotta, uno scoglio prese il nome di “Mantineo”.

Al di là delle leggende, è noto come questa località, al pari di altre citate in precedenza, abbia visto il passaggio di varie genti e dinastie: Bizantini e Romani, Saraceni e Normanni, Angioini e Aragonesi, Svevi e Borboni. Sono stati rinvenuti, nei dintorni, reperti appartenenti addirittura all’epoca preistorica, oltre che necropoli paleocristiane, resti di fortificazioni, a controllo dei movimenti sul mare di etruschi e cartaginesi, e villae romane. Questa dinamicità si riflette nel dialetto parlato da queste parti, il quale comprende vocaboli di origine latina e greca, in modo particolare, ma anche francese, araba, spagnola e germanica.

Anche queste aree conobbero la dominazione araba, che, per quanto possa avere agevolato il commercio e le colture (in particolare, quella degli ulivi), è stata segnata da cruenti conflitti fra musulmani e cristiani, con tanto di azioni di pirateria da parte dei saraceni. Tali scorribande ebbero fine, in età moderna, quando gli Stati europei vi si opposero in modo compatto. Con il feudalesimo prima e con il governo aragonese e borbonico poi fu la città di Tropea a esercitare diritti sui casali di Ricadi, della cui municipalità fa parte il promontorio. Nel 1808 Giuseppe Bonaparte, re delle due Sicilie, con il nome di Giuseppe Napoleone, rese Ricadi libero Comune.


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Il promontorio di Capo Vaticano ha un’altezza di 124 metri sul livello del mare e si compone in abbondanza di granito bianco-grigio, dalle peculiari caratteristiche geologiche e, per questo, oggetto di studi. Vanta, fra l’altro, un faro della Marina Militare, costruito nel 1870 e posto a 99 metri sul livello del mare e visibile a 23 miglia di distanza. In origine, il nome del Capo Vaticano si riferiva all’area negli immediati paraggi di questa struttura, ma si è poi esteso al territorio del Comune di Ricadi. Il territorio di Capo Vaticano è attualmente noto per la produzione delle cipolle rosse di Tropea e per il fatto di aver dato il nome ad un amaro, che ne riporta un’immagine sull’etichetta.

Da ricordare, infine, come il Comune di Ricadi abbia dato i natali a un pittore, don Agostino Petracca (1829 – 1883), di cui si conservano immagini di sant’Antonio, della Resurrezione di Cristo e della Vergine del Carmelo, oltre a una riproduzione della Trasfigurazione di Raffaello e ad una della Madonna di Romania. Quest’ultima viene celebrata, a Tropea, il 9 settembre ed è oggetto di profonda devozione. Il dipinto era caricato a bordo di una nave, proveniente dall’Oriente bizantino e naufragata al porto di Tropea, al tempo delle lotte iconoclaste.

L’imbarcazione fu poi riparata, ma, inspiegabilmente, il capitano e i suoi uomini non riuscivano a farle prendere il largo. Durante le notti successive, il Vescovo di questa diocesi sognò, a più riprese, la Madonna stessa che gli chiedeva di restare a Tropea e diventarne Protettrice. Si decise alla fine di prendere il quadro e portarlo a terra, dopodiché la nave ripartì. In occasione del terremoto del 27 marzo 1638, il Vescovo istituì una processione di penitenza alla Madonna, processione durate la quale il sisma si scatenò, senza però arrecare danni alla gente del luogo; inoltre, sempre grazie all’intervento della Vergine, due ordigni bellici del secondo conflitto mondiale, ancora conservati nella Cattedrale di Tropea, non esplosero.


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Questo testo di Francesco Fombiara è tratto da Radici Cristiane. Visita radicicristiane.it

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