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Bisogna fermare il genocidio culturale Azero in Artsakh-Nagorno Karabakh

Pensieri e Voce07 Aprile 2021
Testo dell'audio

Dopo la guerra scatenata nel 2020 dall’Azerbaijan aiutato militarmente dalla Turchia contro gli armeni dell’Artsakh, che ha portato a un cessate il fuoco sponsorizzato da Mosca, e all’occupazione azera di ampie porzioni del territorio autonomo armeno, si è rapidamente avvenuto quello che si temeva, e che non di rado accade quando militanti islamici occupano un territorio.

Inutilmente le autorità armene avevano più volte messo in guardia la comunità internazionale da un futuro troppo facilmente prevedibile, chiedendo di agire e di bloccare quella che sarebbe stata la politica azera. Che si è puntualmente avverata. Le organizzazioni armene internazionali e nazionali chiedevano che si intervenisse per impedire a Baku di sradicare l’eredità culturale e spirituale armena nel Nagorno Karabakh.   L’accordo di cessato il fuoco del 9 novembre 2020, molto doloroso per l’Armenia, che ha permesso all’esercito dell’Azerbaijan di occupare buona parte della piccola Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, ha rapidamente portato i suoi frutti dolorosi. Non solo in termini di esodo, e di azioni di crudeltà inutile ed efferata, come l’uccisione da parte dei militanti islamici pro Azerbaijan di alcuni vecchi, rimasti nei villaggi conquistati; fatti documentati da video e fotografie. Ma anche nella distruzione di  quanto potesse richiamare l’antica presenza armena nella zona.

Per esempio, nella Regione di Hadrut, gli azeri, dopo aver distrutto una storica testimonianza armena cristiana nella città occupata di Shushi, la piccola chiesa di Surb Hovhannes Mkrtich (San Giovanni Battista) o Kanach Zham, hanno raso al suolo anche la piccola chiesa di Zoravor Surp Astvatsatsin (Potente Santa Madre di Dio) a Mekhakavan, come ha documentato la BBC in un suo reportage; e non c’era nessun motivo di carattere militare che rendesse necessario questo atto, dal momento che le ostilità si erano concluse.

Non sono  molti, purtroppo, i siti web che siano sensibili a questo genere di problemi. E vogliamo ricordare qui Korazym.org, gestito da Vik van Brantegem, pluridecennale assistente della Sala Stampa della Santa Sede, che spesso si fa eco delle iniziative della piccola ma molto attiva comunità armena di Roma. Korazym twittava pochi giorni fa: “Un’altra chiesa armena distrutta dagli azeri dopo la guerra in Artsakh. Giorno dopo giorno il patrimonio culturale armeno viene cancellato dal regime dell’Azerbaijan nei territori occupati. Un genocidio culturale che non può rimanere impunito”.


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La piccola chiesa Zoravor Surp Astvatsatsin (Potente Santa Madre di Dio) a Mekhakavan, di cui oggi non resta pietra su pietra, era già stata profanata, a metà novembre, una profanazione accompagnata, inutile a dirsi, dalle consuete grida di “Allahu Akbar” .

La Commissione Nazionale Armena per l’UNESCO @ArmUnesco ha pubblicato un video che documenta la profanazione della piccola chiesa di Zoravor Surp Astvatsatsin

 a Mekhakavan dai soldati azeri dopo l’occupazione, uno dei quali si è arrampicato sul tetto, per buttare giù la campana e abbattere la croce


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“La Repubblica di Artsakh ha allertato la comunità internazionale in numerose occasioni sul terrorismo culturale orchestrato dallo Stato dell’Azerbaijan, i suoi sforzi per cancellare il patrimonio culturale armeno nei territori che sono sotto la sua occupazione militare, promuovendo ulteriormente la sua politica espansionistica genocida”, ha detto il Ministero degli Esteri dell’Artsakh. “Questa politica di genocidio è un crimine contro l’umanità, una grave violazione delle norme, delle convenzioni, delle risoluzioni e degli accordi internazionali e una minaccia per l’intero mondo civilizzato”, ha aggiunto. “Chiediamo alle organizzazioni internazionali competenti di prendere tutte le misure necessarie per prevenire l’eliminazione del patrimonio culturale armeno e di condannare risolutamente la politica genocida dell’Azerbajian”, conclude la nota.

Ma finora l’Occidente, e anche il Vaticano tacciono. Ci sono popoli per cui la settimana di Passione sembra non finire con la domenica di Resurrezione.

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