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Beni spirituali, morali e insieme di beni finiti

Teologia Morale27 Dicembre 2022
Testo dell'audio

Cari ascoltatori, nel nostro ultimo appuntamento avevamo iniziato ad analizzare i beni corporali e materiali, notando che essi non possono costituire il fine ultimo dell’uomo a causa della loro caducità. Concludiamo oggi la disamina delle diverse tipologie di bene, prima di parlare di Dio, Sommo Bene e fine ultimo dell’uomo.

 

I BENI SPIRITUALI – Noi chiamiamo beni spirituali i beni dell’anima spirituale, e cioè l’esercizio stesso delle facoltà superiori dell’anima (atti di conoscenza e d’amore del vero e del bello) e i beni acquisiti mediante l’esercizio di queste facoltà, vale a dire la scienza, l’arte e la saggezza. Ora, nessuno di questi beni, per quanto alti possano essere, né la loro somma, possono costituire il sommo bene. Di fatto, l’esercizio delle facoltà superiori dell’anima procura sicuramente una gioia intensa e nobile; ma questo dipende a sua volta da condizioni esteriori difficili e rare: lo sviluppo continuo dell’intelligenza, le gioie estetiche sono privilegi di un élite. Si deve ancora aggiungere che le gioie dell’attività spirituale traggono esse stesse il loro valore unicamente dagli oggetti che le determinano, e che a rigore, secondo una logica conseguenza, in questi oggetti occorrerebbe situare il sommo bene.

Questi oggetti tuttavia possono essere davvero il sommo bene dell’uomo? Ci si domanda se la contemplazione della verità acquisita dalle scienze umane e la gioia che ci viene dalla contemplazione estetica siano capaci di procurare all’uomo la perfezione della sua natura e la beatitudine. Senza alcun dubbio, la verità e la bellezza sono dei grandi beni perché contribuiscono a spiritualizzare l’uomo. Ma anche l’esperienza basta a mostrare tutto ciò che vi è d’imperfetto, d’incompiuto, di laborioso e di fragile in questi beni dello spirito. Le scienze apportano più delusione che soddisfazione al nostro ardore di conoscere e di comprendere, perché esse si arrestano alla superficie delle cose e non cessano, via via che progrediscono, di sollevare nuovi problemi che allontanano all’infinito la soluzione degli enigmi del mondo. Senza dubbio, come aveva già notato ARISTOTELE, la conoscenza di Dio unifica in certa maniera il sapere e fornisce allo spirito un certo riposo, ma non il riposo perfetto nella luce, che è l’ambizione e la perfezione dell’intelligenza, essendo la nostra più alta conoscenza di Dio una confessione d’ignoranza (docta ignorantia, diceva Sant’AGOSTINO): noi non sappiamo e non possiamo sapere, con la ragione, ciò che Dio è in se stesso. Quanto ai capolavori d’arte, si deve riconoscere che essi, come le scienze, e sotto certi aspetti più ancora, non abbracciano l’ampiezza delle nostre aspirazioni, perché la loro bellezza non è perfetta e senz’ombra: la novità, così necessaria alle opere d’arte, prova assai bene che la loro bellezza è finita e, per così dire, esauribile. È una verità: il dilettantismo non appaga mai.

 

I BENI MORALI – Per beni morali invece, intendiamo la virtù. Parecchi moralisti, d’ispirazione stoica, hanno posto il sommo bene dell’uomo nella virtù. È vero che la virtù è il più grande bene della vita presente, poiché è per essa che l’uomo più autenticamente attua l’essenza della sua natura spirituale; ma la virtù non può essere assolutamente il sommo bene, poiché la sua acquisizione e il suo permanere sono legati a numerosi mali, in particolare ad uno sforzo penoso e perseverante che fa della virtù un bene arduo. Senza dubbio nulla vieta, come abbiamo già osservato, che l’appropriazione del sommo bene da parte dell’uomo esiga pena ed ostacolo. È evidente però che l’una e l’altro devono scomparire una volta conseguito  il possesso del bene perfetto. Orbene, ciò non si riscontra per nulla nella virtù, che implica al contrario, nella sua realtà umana, una pena incompatibile col sommo bene.

La virtù, quali che siano le sue condizioni concrete, per sua propria essenza non può costituire il fine ultimo della volontà, per il fatto che essa è amata per la felicità e la perfezione che arreca. Certamente, noi dovremmo amarla, secondo l’espressione di ARISTOTELE, «quand’anche non ce ne venisse alcun vantaggio» ma l’eccellenza propria della virtù non le impedisce di essere effettivamente relativa a un bene ulteriore, perché una cosa può insieme essere amata sia per se stessa che in vista di un’altra .

 

L’INSIEME DEI BENI FINITI – Si potrebbe sostenere, infine, che se ognuno dei beni finiti, singolarmente considerato, non costituisce il sommo bene, la loro totalità potrebbe bastare a compiere il desiderio profondo dell’uomo. Innanzitutto, sta di fatto che nessun uomo possiede e può possedere in una sola volta la totalità dei beni finiti. Si aggiunga che, essendo intrinseca la loro insufficienza, come si è visto, bisogna abbandonare la speranza di sanarla grazie ad un accrescimento quantitativo: tutti i beni finiti, presi in blocco, partecipano della fragilità e della relatività dei beni particolari di cui costituiscono la somma.

Conviene inoltre aggiungere, per quanto riguarda questi beni finiti, considerati separatamente o nel loro insieme, che essi sono inficiati anche dalla deficienza d’essere passeggeri e corruttibili. Quali che siano i vantaggi d’ordine materiale e corporale, quale che sia l’eccellenza spirituale e morale, alle quali l’uomo può elevarsi, tutti questi beni sono destinati a perire con lui. Anche il loro possesso, con il benessere e la felicità che apporta, è sempre esposto alla sorda angoscia di dover perdere ciò che si ha. Niente di quanto è finito può essere il sommo bene: è per questo che l’uomo trasferisce d’istinto le sue speranze di perfezione e di perfetta letizia al di là di questa vita, in un mondo in cui crede che altri beni, perfetti e stabili, verranno a soddisfare le aspirazioni della sua anima e a segnare col suggello della perfezione il suo destino. S’inganna? Noi sappiamo di no, sia per mezzo della psicologia, ossia lo studio dell’anima che dalla teodicea, ovvero lo studio della relazione che c’è tra la giustizia di Dio e l’esistenza del male. Ma dopo aver constatato che non v’è materialismo di sorta che possa riuscire ad assegnare all’uomo un autentico bene supremo, ci resta da esaminare come e sotto qual forma l’uomo può sperare di attuare la perfezione della sua natura, nella quale consiste il suo sommo bene. Ma questo lo vedremo nella prossima puntata.

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