< Torna alla categoria

10 – Il fine ultimo soggettivo e oggettivo

Teologia Morale13 Dicembre 2022
Testo dell'audio

L’ultima volta ci eravamo lasciati parlando del fine ultimo dell’uomo, oggi cerchiamo di vedere più in profondità di cosa si tratta. L’uomo cerca necessariamente il bene o la perfezione, che è il suo fine ultimo, e tutto  ciò che egli vuole o persegue, lo persegue e lo vuole solo in funzione di questo bene perfetto, che gli appare come la forma stessa della sua beatitudine. Sono, dunque, per lui una cosa sola cercare il bene e cercare la felicità. Il bene supremo dell’ uomo si confonde quindi con la beatitudine. Tuttavia se tutti gli uomini desiderano necessariamente la felicità come il bene supremo, non sono tutti unanimi nel porre la felicità negli stessi beni concreti. Alcuni pensano di trovarla nei beni corporali, altri nell’esercizio delle facoltà intellettuali, altri nella virtù, altri nell’insieme dei beni finiti, ecc. Dobbiamo dunque distinguere due tipi di fine ultimo, o, più esattamente, due aspetti dello stesso fine ultimo: l’aspetto soggettivo, consistente nella felicità in generale o beatitudine, e l’altro, l’aspetto oggettivo, consistente nel bene concreto, nel cui possesso l’uomo deve trovare la felicità cui aspira.

 

Il bene e la felicità

 

Per l’uomo, essere intelligente e cosciente di ciò che egli è per natura e di ciò che persegue con la sua attività, la perfezione deve coincidere con la felicità perfetta, poiché la perfezione è non solo il bene, ma anche il  suo bene, cioè il bene conosciuto, amato e gustato nella piena coscienza del suo accordo con il fine della sua natura. «La felicità, dice LEIBNIZ, è per le persone ciò che la perfezione è per gli esseri».

La felicità: questo è dunque il fine ultimo soggettivo, l’aspetto sotto il quale ogni bene, preso come fine, è considerato e voluto. Quali che siano i beni concreti in cui l’uomo pensa di trovare il suo compimento e il suo riposo, essi gli appaiono necessariamente come fonte di beatitudine e con essa si identificano. Questo fine ultimo soggettivo, l’uomo lo vuole con una tendenza istintiva e fatale: l’uomo non può rinunciare alla felicità più di quanto possa rinunciare all’essere.

 

La beatitudine può dunque essere definita, con BOEZIO, come «un bene il cui possesso non permette di desiderare altro», vale a dire come «la somma di tutti i beni», o meglio ancora, come «uno stato costituito dalla compresenza di tutti i beni».

San TOMMASO propone la stessa definizione applicandola all’essere ragionevole: «bonum perfectum intellectualis naturae». Invero, il riferimento alla «natura intellettuale» non fa che precisare la condizione implicita della felicità, che, quale perfezione sentita e gustata, non può appartenere che a una natura capace di conoscere riflessivamente il bene e la perfezione. La felicità, nella sua ragione formale, è quindi propria degli esseri intelligenti. Perciò San TOMMASO scrive, in un altro passo, seguendo Sant’AGOSTINO: «Non cadit in animalia expertia rationis ut beata sint». Vediamo con ciò che la definizione che determina la felicità (considerando il suo effetto necessario) come «ciò che appaga completamente l’appetito o il desiderio» è valida solo nella misura in cui è intesa della «natura intellettuale».

 

La moralità della felicità

 

Che la beatitudine sia il fine ultimo dell’uomo l’hanno ammesso all’unanimità tutti i filosofi del tempo antico, del Medioevo e dell’epoca moderna, fino a KANT. Tutti sono d’accordo nell’identificare la felicità e la saggezza, la perfezione e il bene. Rimane evidentemente da definire in cosa consistano concretamente il bene e la felicità dell’uomo. Il principio comune che domina tutte le ricerche e tutte le discussioni dei filosofi come dei teologi è che la perfezione dell’uomo, se è possibile, coinciderà necessariamente con la felicità perfetta.

Di questo, l’esperienza e la ragione danno testimonianza nello stesso senso. L’esperienza dimostra che l’uomo è felice nella misura in cui ottiene ciò che gli appare sotto l’aspetto del bene e tanto più felice quanto più perfetto e più stabile è il bene che acquista. La ragione, d’altra parte, stabilisce che l’ordine delle cose esige che sia così, vale a dire che vi sia accordo e proporzione tra quello che l’uomo è oggettivamente e quello che è soggettivamente, tra la perfezione del suo essere e la coscienza di questa perfezione.

 

Il problema che ora si presenta è di sapere qual è, fra tutti i beni che sollecitano l’uomo, quello che gli recherà la felicità perfetta alla quale tendono tutti i suoi desideri. Quale è, oggettivamente, il vero bene, fonte della vera felicità? Tenendosi all’essenziale, si può parlare di pochi gruppi di beni, secondo che il bene sommo dell’uomo sia posto nel godimento dei beni materiali e corporali, – o dei beni spirituali, – o dei beni morali. Esamineremo queste differenti concezioni, riprese da numerosi moralisti moderni, dopo aver stabilito, con ragioni oggettive, quale è concretamente il bene sommo dell’uomo.

 

IL CONCETTO DEL SOMMO BENE

 

Il concetto del sommo bene, per essere intelligibile e coerente, deve rispondere a condizioni che conviene determinare prima con esattezza.

  1. IL BENE ASSOLUTO, STABILE, ACCESSIBILE A TUTTI – Evidentemente il sommo bene che, per definizione, deve essere perfetto, non può consistere in un bene relativo, cioè ordinato esso stesso a un bene ulteriore, perché ciò che è relativo non basta a  se stesso. Il sommo bene dell’uomo deve perciò essere un assoluto e soltanto in quanto tale esso sarà propriamente fine ultimo.

D’altra parte il sommo bene dovrà escludere ogni specie di male, perché il male è incompatibile con la perfezione del bene e della felicità. È anche necessario che sia fermo e stabile senza di che il suo possesso sarebbe misto a inquietudine e non arrecherebbe la felicità perfetta. Infine, trattandosi del sommo bene cui l’uomo aspira in ragione della sua natura, vale a dire in quanto uomo, è necessario che questo sommo bene sia non già riservato a taluni come un privilegio, ma realmente accessibile a tutti.

 

  1. IL SOMMO BENE DELL’UOMO – È chiaro che noi non tentiamo di determinare quale è universalmente il sommo bene, ma quale è il bene sommo dell’uomo. Ecco perché dobbiamo specificare, relativamente alla natura umana, le condizioni generali del sommo bene.

 

  1. L’assolutezza. Diciamo che il sommo bene dell’uomo dovrà essere un assoluto, perché questo carattere è richiesto, per definizione, dalla qualità di fine ultimo. Ma niente prova, a priori, che questo assoluto debba essere necessariamente l’Assoluto, perché non è affatto evidente di per sé che il bene perfetto di un essere finito e corporale non possa essere che il Sommo Bene per essenza. Ciò è in questione e non dobbiamo pregiudicarlo.

 

  1. L’esclusione del male. Quando affermiamo che il bene sommo dell’uomo deve escludere ogni specie di male, dobbiamo intendere questo termine «male» nel suo senso metafisico, che comporta essenzialmente privazione, cioè che il bene sommo dell’uomo dovrà escludere ogni mancanza di ciò che è richiesto per la sua integrità perfetta, ma non includere tutta la perfezione possibile. Sappiamo infatti che la mancanza d’una perfezione non richiesta da una natura (ciò che LEIBNIZ chiamava impropriamente il «male metafisico») non è un vero male. Per fare un esempio: l’assenza di un terzo occhio per l’uomo non potrebbe essere considerata un male, semplicemente perché la natura umana non richiede che ci siano tre occhi. L’assenza invece di uno dei due occhi sarebbe un male, in questo caso fisico, perché sarei privo di qualcosa che, per natura, avrei dovuto avere.

L’accessibilità. Infine, se la perfezione deve essere accessibile a tutti, bisogna comprendere che ciò avviene nelle condizioni definite dallo stato della natura. L’accessibilità del bene sommo può essere, senza che ciò sia contraddittorio alla sua essenza, gravata da condizioni più o meno onerose e non essere immediata. Che di fatto per l’uomo sia così, lo dice l’esperienza. Ma qui, dove non si tratta che di prendere, se così si può dire, la misura esatta d’un concetto e di afferrarne le rigorose esigenze, nulla obbliga ad affermare che il bene sommo dell’uomo debba essere, sotto pena di contraddizione interna, immediatamente e facilmente accessibile a tutti. Si richiede soltanto che ogni uomo, per il fatto stesso di essere uomo, sia capace di raggiungere la perfezione e la felicità completa il cui perseguimento necessario definisce la legge più profonda della sua natura.

Da Facebook